Viviamo in un mondo pieno di dinamite. Così racconta Kathryn Bigelow presentando il suo A House of Dynamite in concorso a Venezia82. Assente sul grande schermo da ben 8 anni e dalla Mostra di Venezia dal 2008 (l’ultima volta qui con il suo The Hurt Locker, successivamente vincitore di 6 premi Oscar, tra cui Miglior Film), la regista americana torna con film praticamente interamente ambientato tra i corridoio (e i buncker) della Casa Bianca, raccontandoci il terrore di una imminente guerra nucleare.
Scritto a quattro mani con Noah Oppenheim, la Bigelow ha impiegato due anni per costruire la sua Casa di Dinamite, fino ad arrivare a Venezia con un adrenalinico film che naviga (pericolosamente, a volte) tra il cinema catastrofico e il thriller.
Ma offrendoci un’ipotesi (molto plausibile) di come i fatti potrebbero precipitare nel caso di un reale attacco nucleare. Anche nel caso in cui ad essere colpita fossero gli Stati Uniti. Parlando di questo, la regista ha dichiarato:
Sono cresciuta in un’epoca in cui nascondersi sotto il banco di scuola era considerato il protocollo
standard di sopravvivenza alle bombe atomiche. Ora sembra assurdo (e lo era), ma allora la minaccia
sembrava così immediata che misure del genere venivano prese sul serio.Oggi il pericolo non ha fatto altro che aumentare. Diverse nazioni possiedono armi nucleari sufficienti a
porre fine alla civiltà in pochi minuti. Eppure si respira una sorta di torpore collettivo, una silenziosa
normalizzazione dell’impensabile.
Come si può chiamare tutto questo “difesa”, quando il risultato inevitabile è la distruzione totale?
Volevo realizzare un film che affrontasse questo paradosso, che esplorasse la follia di un mondo che vive
sotto l’ombra costante dell’annientamento ma ne parla raramente.

Have a nice day
Lo sviluppo narrativo di A House of Dynamite ruota attorno a quella che sembra una giornata di routine, all’interno dei dipartimenti del governo degli Stati Uniti incaricati del controllo sulla minaccia nucleare.
Un marine stanziato in Alaska presso il 49° battaglione delle forse antimissilistiche è appena stato lasciato dalla ragazza e cerca di concentrarsi sugli ordini da impartire per non doverci pensare. L’ammiraglio responsabile della Situation Room della Casa Bianca ha lasciato il figlio con la febbre alta e aspetta che il marito le dia notizie dalla visita pediatrica. Il suo vice attende con ansia la fine della giornata per andare in gioelleria e chiedere alla compagna di sposarlo. L’incaricata alle operazioni di evacuazione della FEMA (Ente Federale per la Gestione delle Emergenze) è alle prese con un divorzio complesso e arriva trafelata in ufficio. Il Presidente degli Stati Uniti sente la mancanza della moglie (impegnata in un safari) ed è impegnato in un evento di supporto a giovani atlete, promesse di basket, con cui scambia qualche tiro libero.

Vite normali. Giornate normali. Fino a quando i radar intercettano un ordigno nuclere, proveniente dal Pacifico e pronto a esplodere su territorio americano. Falliti i tentativi di intercettarlo e dirottarne la rotta, non resta che aspettare l’impatto.
Quando la guerra nucleare è una questione di inclinazioni e punti di vista
A House of Dynamite è una questione di punti di vista. Ed è esattamente così che Kathryn Bigelow ce lo presenta. Dividendo il suo film in tre episodi. Mostrandoci la reazione al panico generato dall’imminente emergenza nucleare attraverso i diversi occhi dei protagonisti e il ruolo che dovrebbero avere nella gestione della crisi nucleare in atto.
Assumendosi il rischio di confondere lo spettatore, andando a giocare avanti e indietro con il tempo narrativo, mentre quello dell’orologio del countdown fino all’impatto sembra correre, l’adrenalina del ritmo in scena si confonde con le vite appese dei protagonisti. Sgomenti. Spiazzati. Terrorizzati e incapaci di prendere decisioni.
L’impotenza al potere
Ancora una volta Kathryn Bigelow torna a parlare al pubblico di potere. Di forze armate e politici che hanno il controllo sui bottoni delle nostre esistenze. Ma in A House of Dynamite ci mostra anche l’impotenza di agire davanti a un qualcosa che è senza controllo.

La sua è una chiara denuncia. Non sono agli Stati Uniti. Ma a quegli stati che detengono armi nucleari. Che spesso minacciano di usarle contro il nemico pubblico di turno. E, non a caso, la parola follia riecheggia spesso nei dialoghi tra i protagonisti. Perché si è permesso ai governi di avere il pieno controllo sulla produzione di armi di distruzione di massa. Ma non sugli effetti che potrebbero avere se si decidesse di sganciarle.
Come già successo con Jay Kelly e Frankenstein, Netflix porta al Lido un titolo chiamato a far discutere. Ma che arriverà solo in poche e selezionate lase cinematografiche prima di uscire in piattaforma. Nel caso di A House of Dynamite, vi auguriamo di trovarlo nei cinema delle vostre città dall’8 ottobre. Altrimenti, accendete la N rossa sui vostri piccoli schermi dal 24 ottobre.