A Venezia82, il mondo del Cinema parla al Cinema. E Noah Baumbach – che torna in Laguna in concorso con il suo Jay Kelly – ci mostra quanto spietato possa essere il Cinema quando guarda a se stesso. Soprattutto se, come in questo caso, cerca di farlo in una (auto) analisi su ciò che si è perso rincorrendo la fama.
Incontriamo l’attore Jay Kelly (George Clooney) mentre è impegnato nell’ultimo ciak del suo ultimo film. Una scena dal forte impatto drammatico quella che l’attore è chiamato a girare. Tanto dal voler fare più take, per essere sicuro di aver dato tutto se stesso nella scena. Il suo personaggio sta per morire. Mentre il vero Jay sta per affrontare una profonda crisi interiore. Cercando di capire se l’aver passato gli ultimi 35 anni della sua vita a interpretare ruoli non gli abbia fatto perdere il ricordo di se stesso.

Avrà contato qualcosa?
Gary Cooper, Cary Grant, Clarke Gable, Robert De Niro, Marlon Brando. Iconiche star del grande schermo e eterni punti di riferimento per intere generazioni di aspiranti (o affermati) attori che hanno cercato di seguirne le orme. Lo stesso era successo a Jay Kelly. Come dichiarato dal regista Noah Baumbach nelle sue lunghissime note di regia (ben 46 pagine, tra analisi non solo del film che presenta a Venezia82, ma anche di profonde – quasi accademiche – riflessioni sul ruolo dell’attore e i mestieri nel Cinema in geneale):
Le star del cinema sono mutaforma. Di storia in storia, sono i camaleonti dell’identità, con volti che rappresentano qualcosa di personale per milioni di persone.
Questo è il mondo di Jay. Da 35 anni. Due divorzi alle spalle. Un legame complesso con la primogenita Jessica (Riley Keough), con una distanza padre/figlia che sembra sempre più incolmabile e va oltre la distanza geografica tra Los Angeles e San Diego. La secondogenita Daisy (Grace Edwards) alle porte del diploma, pronta a lasciare il padre da solo. Ma pur sempre in compagnia dei suoi tanti assistenti.
Fin quando la morte non bussa alla porta di Jay Kelly. La morte è sempre sorprendente. Soprattutto a L.A., la frase rassegnata del manager Ron (Adam Sandler) in occasione dei funerali di Peter Schneider (Jim Broadbent), mentore di Jay, nonché il primo regista a credere in lui affidandogli il ruolo che ne ha lanciato la carriera. Nella stessa occasione avviene l’incontro, dopo anni, con Timothy (Billy Crudup), compagno di stanza e amico di Jay quando insieme frequentavano l’accademia di recitazione. Sarà proprio questo ritorno dal passato a far capire a Jay quanto abbia perso cercando di rincorrere la fama. E fargli decidere di andare in Europa. Per inseguire la gioventù e spensieratezza di Daisy e dei suoi amici. Per ritrovare se stesso.

I ricordi che ho sono film
Jay Kelly si presenta come un rocambolesco viaggio. Reale, tra voli intercontinentali su jet privati, percorsi in affollati treni dove riscoprirsi eroi del grande schermo come nella vita e improvvisati passaggi su furgoncini che attraversano le colline toscane (e una Alba Rohrwaker forse eccessivamente costretta in un ruolo macchiettistico per dare veramente spessore alla sua interpretazione). Metaforico e psicologico. Con Jay che rivive da spettatore alcuni momenti epici della sua carriera. Alternandoli a segnali della sua vita personale che già da tempo stava andando in frantumi.
Sempre dalle note di regia, raccontando del contributo dato a Clooney al suo Jay Kelly, Baumbach ha dichiarato:
Nel mondo di oggi, che non produce più mega-star come un tempo, pochi idoli influenti brillano ancora tanto quanto George Clooney. In una delle interpretazioni più riflessive della sua carriera, Clooney interpreta la sua partita immaginaria con una saggezza matura e un’intuizione palpabilmente vissuta.
E se, è innegabile, quello di George Clooney in Jay Kelly sembra effettivamente il ruolo di una carriera intera – tanto che lo stesso Baumbach ne celebra i successi in un toccante omaggio a Jay, ma che raccoglie alcune delle interpretazioni più iconiche di George – non possiamo non sottolineare l’incredibile interpretazione di Adam Sandler. Sempre perfettamente in equilibrio tra esilarante ironia e profonda drammaticità.
A lui spetta l’arduo compito di mostrare come in fondo le star siano bambini capricciosi tenuti a bada dal loro staff (lo stesso Jay non capisce perché trovi ovunque vada una fetta di cheesecake, dolce che detesta. Fino a scoprire di avere una specifica clausola sul suo contratto per ottenerla); dall’altra, che, oltre la vita sul set, manager, assistenti, uffici stampa delle star abbiano delle vite proprie. E delle famiglie ad avere bisogno di loro a casa. E, con la scelta di far interpretare la moglie di Ron/Adam Sandler a Greta Gerwig, ci sembra quasi che Noah Baumbach voglia scusarsi con sua moglie. Confessandole il suo senso di colpa e la consapevolezza delle tante mancanze che lui stesso ha avuto nel corso della sua carriera nei confronti della propria famiglia.

Avrà contato qualcosa?, chiede Jay a sua figlia Jessica, ricordandole i tanti film interpretati, l’amore del pubblico per i ruoli portati sul grande schermo. Magari no, è la lapidaria risposta che si sente dare. Perché, se è difficile essere se stessi, lo è ancora di più farlo quando si vive la propria vita tra le righe di un copione. Che può portarti sulla Walk Of Fame. Ma farti perdere la strada a ogni battuta.
Dopo il passaggio veneziano, Jay Kelly uscirà in sala a novembre. Per arrivare poco dopo, il 5 dicembre, sui (piccoli) schermi degli abbonati Netflix.