Per gli Shakers, un movimento religioso nato all’alba del Settecento dalla costola dei quaccheri, la danza e il canto sono preghiera. Il movimento è linfa vitale che si fa rivelazione divina. Le voci si sovrappongono l’una all’altra arricchendosi a vicenda, mentre i corpi si lasciano andare liberi senza regola alcuna. È un credo estinto per l’eccessivo assolutismo dei loro ideali (difatti gli Shakers erano convinti che il loro modo di vivere fosse l’unico possibile, l’unica via per la salvezza) e lentamente dimenticato dalla storia che Mona Fastvold sceglie di ripescare e portare sullo schermo con The Testament of Ann Lee or the Woman Clothed with the Sun, with the Moon Under Her Feet (che per semplicità chiameremo solamente The Testament of Ann Lee), un’opera epica, un testo apocrifo che celebra quella che veniva definita la Seconda Venuta di Cristo.

Fin dall’infanzia, Ann Lee (Amanda Seyfried), la figura centrale del movimento degli Shakers e del loro conseguente viaggio missionario in America, ha vissuto un’esistenza all’insegna della sofferenza, dell’abnegazione e quando ha provato a indugiare in quelle gioie carnali tanto decantate dalla società con un fabbro di nome Abraham (Christopher Abbott, che continua il suo trend di essere il marito dispotico nei film del Concorso veneziano dopo Poor Things), trova solo altra morte perdendo tutti i suoi figli entro l’anno d’età. Tutto quel dolore diventa per lei un’inaspettata fonte di luce e di evangelizzazione. Con suo fratello William (un delicato Lewis Pullman) dedica mente e corpo alla preghiera, mentre viene perseguitata dalle visioni del futuro e da ciò che lei potrebbe portare al mondo.
Se Dio è fatto a immagine e somiglianza dell’umanità, allora deve essere uomo e donna e Ann Lee, un’entità controversa all’epoca come al giorno d’oggi dove l’importanza delle donne nella chiesa è ancora screditata, è fondamentalmente scomoda. Mona Fastvold vede le dinamiche di genere e soprattutto relazionali come uno scenario dove l’emancipazione è sì possibile, ma l’imposizione del patriarcato rischia di sopprimere ogni buona intenzione. Quella di Ann Lee è una continua lotta per rimanere in superficie, per farsi sentire contro le voci che cercano di zittire il suo canto. È un film ingombrante, pretenzioso nella forma e negli intenti, un continuo girotondo tra dolori fagocitanti e rare salvezze, che dimostra ancora una volta come Mona Fastvold insieme al partner nella vita e nell’arte Brady Corbet siano due dei registi e sceneggiatori più audaci del panorama contemporaneo.

Presentato in concorso all’82° Mostra d’arte cinematografica di Venezia, The Testament of Ann Lee appare fin da subito come un’opera sorella di The Brutalist: una persona ambiziosa che insegue un sogno utopico, tristemente ostacolato da chi non vuole vedere il diverso, l’atipico vincere (e di solito la morte di tali speranze risiede in America, terra di autodistruzione). Sono film che si parlano, dove il martirio è speranza totalizzante nella fede e nell’arte e la musica, firmata da Daniel Blumberg in entrambi i film, si trasforma in frastornante motore, in forza propulsiva che trascende la forma diegetica.