Tony Kiritsis (Bill Skarsgård) cerca giustizia, ma la giustizia per un uomo come lui non può esistere. Spetta solo ai più ricchi, che hanno il denaro per pilotare l’opinione pubblica, e di certo non a uomini disperati come lui, vittime di un sistema che può e vuole fagocitarli. La giustizia di Kiritsis per questo non può essere come quella dettata dalla legge, ma deve seguire uno schema tutto suo, anche se questo comporta usare la violenza. Di sicuro Kiritsis ha un piano: la mattina dell’8 febbraio 1977 entra negli uffici della compagnia assicurativa Meridian Mortgage Company e ne prende in ostaggio il presidente Richard O. Hall (Dacre Montgomery). Lo lega al suo fucile con un filo, che alla prima mossa sbagliata, farà scattare immediatamente il grilletto. L’obiettivo di Tony è semplice: 5 milioni di dollari, la garanzia di non essere perseguito penalmente e le scuse personali di M.L. Hall (Al Pacino), padre di Richard e capo della Meridian.

Erano appena iniziate le riprese di Dead Man’s Wire, il film che segna il ritorno di Gus Van Sant dopo vent’anni al Lido di Venezia e che arriverà nelle sale italiane con BiM Distribuzione, quando l’America fu scossa dal caso di Luigi Mangione, accusato di aver ucciso il CEO di UnitedHealthcare Brian Thompson. Sebbene si tratti di due episodi cronologicamente distanti nel tempo, è impossibile non considerarli come figli della stessa necessaria ribellione, due eroi atipici che sono diventati dei nuovi Robin Hood.
La sceneggiatura firmata da Austin Kolodney prende una posizione precisa rispetto a Tony Kiritsis: lui non è un assassino con la sete di sangue, ma un uomo il cui unico vero peccato è quello di aver avuto troppa fiducia in una banca e di trovarsi ora alla deriva.
Ogni personaggio in Dead Man’s Wire, ispirato a delle controparti reali ma adattato sul corpo degli attori scelti (anche se fatichiamo ancora a credere che il trentenne Dacre Montgomery interpreti un quarantaduenne con quel trucco), usa il rapimento di O. Hall per il suo tornaconto personale: Linda (Myha’la) lo vede come l’opportunità per essere presa finalmente sul serio come reporter, lo stesso O. Hall forse sentirà finalmente l’affetto del burbero padre, il dj radiofonico Fred Temple (un suadente Colman Domingo), denominato “La voce di Indianapolis”, vorrebbe semplicemente tornare a casa dalla moglie, ma non gli dispiace l’idea di rendere la sua trasmissione un palcoscenico per il caso del momento. La polizia nel mentre non sa come comportarsi, segue Kiritsis confusamente cercando di prevedere le decisioni erratiche dell’uomo.

Gus Van Sant allo stesso modo si diverte a seguire Bill Skarsgård nella sua misurata sregolatezza in un appartamento che pian piano assomiglia anch’esso a uno studio radiofonico tra chiamate continue e un pubblico sempre all’ascolto. Dead Man’s Wire incarna un’epoca disillusa, devota a un Dio denaro che purtroppo non ricambia quello stesso amore, ma quella disillusione non si traduce mai in resa. I margini della società spingono per arrivare al centro dell’attenzione pubblica, per non essere dimenticati. Nonostante racconti di fatti accaduti 48 anni fa, Dead Man’s Wire non potrebbe essere più attuale e urgente di oggi, dove quel bisogno di ribellione a un sistema oppressivo che mangia, mangia, mangia, non è solo necessaria, ma è l’unica e sola strada possibile.