Fuori di Mario Martone, la quota “C’è un po’ d’Italia” nel concorso ufficiale della 78° edizione del Festival di Cannes, è descritto dal regista come “tutt’altro che un biopic su Goliarda Sapienza”. Un biopic difatti, specialmente il modo in cui siamo abituati a vederlo sul grande schermo, è un racconto quasi didascalico di un’esistenza o di una minima parte di essa, un prontuario per spiegare quel personaggio al pubblico, magari con l’aiuto di troppi cartelli usciti freschi da Wikipedia. Fuori non ha l’intento di raccontare chi è Goliarda Sapienza, offre giusto due note di contesto su quello che accade fuori dalla parentesi selezionata dalla sceneggiatura. Quello che serve sapere allo spettatore fin dall’inizio sono le difficoltà che ha incontrato nella sua vita, in particolar modo i tentativi di suicidio e gli elettroshock subiti, e non la sua produzione artistica. Per quella Mario Martone spera sia stata sufficiente l’adattamento seriale de L’arte della gioia realizzato da Valeria Golino (qui chiamata a interpretare la stessa Goliarda Sapienza).
Il film preferisce raccontare difatti i giorni che Goliarda Sapienza passò a Rebibbia, in seguito al provocatorio furto di alcuni gioielli a un’amica, e l’incontro con un gruppo di detenute. L’autrice si trovava in un prigione ancora prima di abitare quelle mura, costretta a plasmarsi per compiacere l’ambiente composto dei salotti letterari romani, ma lì trovò a sorpresa una feroce libertà, una possibilità di essere se stessa senza compromesso alcuno, lontana da una società giudicante e dalle barriere di classe. A Rebibbia Sapienza incontra Roberta (Matilda De Angelis), con cui costruisce un rapporto indecifrabile, fatto di solidarietà, attrazione a tratti incestuosa e sfide continue. Le due donne si inseguono, si cercano fuori e dentro le mura, mai sazie della sfuggevole libertà che sentono quando sono insieme.

Dal 22 maggio nelle sale italiane, Fuori sceglie uno spaccato di vita sospeso, un momento di transizione artistica e politica fondamentale per la carriera di Sapienza, il cui senso risiede però (perdonate il gioco di parole) fuori dal film stesso, sia temporalmente che narrativamente. I libri che nacquero dalla sua esperienza in carcere, L’università di Rebibbia e Le certezze del dubbio, non sono mai citati, sebbene rappresentino l’ispirazione per il film. Sono trattati perlopiù come cornici immaginifiche, che permettono alle protagoniste di muoversi liberamente per Roma, tra bicchieri di whisky troppo costosi e taxi disposti a ricoprire lunghe tratte senza alcuna lamentela.
L’apice di questa tendenza è quello che Martone stesso definisce un film dentro un film, forse proprio riconoscendo la sua superfluità: nelle loro traversate dell’estate romana, Goliarda e Roberta finiscono nella profumeria dell’amica e ex-detenuta come loro Barbara (Elodie), un luogo lussuoso ed elegante nascosto in una periferia desolata, un tentativo di fuga da una quotidianità ormai sconosciuta. Tra quelle nuove mura, non più quelle della prigione ma comunque capaci di proteggerle dal mondo esterno, le tre donne tornano libere e questo in Fuori comporta un’improvvisa doccia nude in un bagno gigantesco simil-The Substance. Se si tratta di un rimando al vissuto passato delle tre donne, non vi è dato saperlo visto che gli sprazzi della vita carceraria le vedono per lo più come entità separate, una rivoluzionaria, una spiona e una talmente bella da mettere in imbarazzo le altre detenute, la loro amicizia è suggerita, mai mostrata e quel momento non è intimità quanto il risultato di uno sguardo maschile sovrimposto a una storia femminile.

In una lettera allo scrittore Enzo Siciliano, Goliarda Sapienza scrisse che le donne erano il suo pianeta e la sua ricerca, il suo unico partito e il suo scopo. Qui Mario Martone si trova ad osservare le donne da fuori, inconsapevole che non potrà mai entrare nel loro mondo interiore per quanto la sceneggiatura che vede la partecipazione di Ippolita Di Majo ci possa provare. Il suo sguardo è distante e quello spazio tra camera e interiorità rende il film indecifrabile e un’indagine su Goliarda Sapienza che sfiora appena la superficie. Se difatti l’autrice è appena stata riscoperta dal mainstream, Fuori non aggiunge nulla che non avesse già fatto Valeria Golino come autrice e regista, adattando il suo capolavoro con riverenza in un’opera per le donne e guidata dalle donne. La vera Goliarda Sapienza, la sua eredità artistica emerge solo sui titoli di coda che mostrano una parte dell’intervista di Enzo Biagi all’autrice incentrata sulle carceri, in cui decide di parlare degli effetti di quel suo periodo di prigionia sulla sua percezione della libertà. È la Goliarda Sapienza pubblica, quella che è stata tramandata dalle sue parole e dal suo impegno politico, che nel film non emerge mai con la necessaria potenza, e Fuori è così un’occasione tristemente sprecata per raccontare più da vicino una delle più grandi scrittrici del Novecento.