Primetime – La giustizia morbosa della TV | Venezia 83

To Catch a Predator è il programma che tutti guardano e nessuno vorrebbe diventarne protagonista. E come biasimarli, quando il fulcro di ogni puntata è la cattura di un presunto pedofilo che ha adescato minori in rete, insomma non esattamente l’equivalente di una puntata di Affari tuoi o de La ruota della fortuna. Quando la rete era titubante all’idea di promuovere al suo pubblico To Catch a Predator, segmento dall’interno del programma di informazione Dateline NBC, Chris Hansen disse di immaginare un uomo nudo con il membro in mano fuori da casa tua che vuole farsi tua figlia e che la sua missione televisiva avrebbe detto esattamente come evitare un simile pericolo.

Primetime, il primo approccio al film di “finzione” (se così si può definire un biopic così teatrale come questo) del documentarista Lance Oppenheim in concorso a Venezia 83 e nelle sale a Ottobre con I Wonder Pictures, è ciò che succede quando mettiamo qualcuno sul piedistallo, considerandolo al di sopra di tutto e tutti anche se in realtà è solo un uomo. Chris Hansen, interpretato da un Robert Pattinson orgogliosamente estremo, padrone di un circo di cui nessuno capisce le dinamiche, è ritratto qui nel momento in cui To Catch a Predator potrebbe aspirare addirittura a un Emmy, come altre sue inchieste passate. Il programma sta finalmente ricevendo il trattamento che ha sempre meritato, incluso un prestigioso spazio in prima serata il mercoledì, in diretta competizione con Lost. È un momento in cui la televisione sta cambiando, son finiti sia Seinfeld che Friends e il resto del palinsesto deve trovare modi nuovi per catturare l’attenzione. 

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Un programma come To Catch a Predator è un cavillo morale: un’operazione di vigilanza guerrilla, dove i membri del gruppo Perverted Justice si fingevano minori online che invitano l’uomo adulto di turno a casa e poi mentre questi pensava di essere arrivato al momento clou, compariva Chris Hansen a recitare la corrispondenza di messaggi e poi a consegnarlo alle manette della polizia. Era giustizia, ma era soprattutto intrattenimento. Scenari potenzialmente tragici e visti come più sicuri solo perché interpretati da attori erano tagliati e ricuciti con zoom sui pori (per far vedere lo spavento ovviamente) e altre scelte melodrammatiche  in spot pubblicitari accompagnati dal voiceover di Hansen. Definito come una celebrità senza il peso reale dei gossip (almeno fino a un certo momento del film, in Primetime il Chris Hansen-personaggio è una maschera caricaturale, un toro imbizzarrito che è stato accecato dal successo e che non vede più la sua missione, quella per la quale viene definito un eroe, quanto l’Auditel del suo programma.

Il film non è interessato ai successi passati di Hansen, una sua inchiesta sugli schiavi bambini è citata in forma aneddotica, quanto a tutto quello che circonda To Catch a Predator per arrivare fino alla sua esplosione. Attorno al Chris Hansen di Pattinson, ruotano tutta una serie di personaggi che cercano di dare un loro senso all’operazione, chi per il loro tornaconto personale e per chi vi vede la possibilità di fare del bene. L’attivista Del Harvey (la cantante Phoebe Bridgers alla sua prima vera prova recitativa) vede il suo interpretare le cosiddette esche coma una missione, mentre il nuovo arrivato, subito denominato Decoy Dan come quello che sarà il suo credito nei titoli di coda (Skyler Gisondo che qui finalmente riesce ad emergere) spera solo di entrare nella sindacato degli attori. A completare questo mondo c’è Andie Bender (Merrit Wever, un’attrice alle quale dovremmo iniziare a riconoscere molti più meriti), la produttrice del programma, in difficoltà con le storie feel-good e capace di vedere una possibilità anche nelle riprese più disastrose.

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Primetime è un’opera spietata nei confronti di Hansen ed è facile capire perché lui abbia deciso di comprare un slot pubblicitario per promuovere il suo streaming network prima di ogni proiezione del film. La rabbia espressa verso il fenomeno To Catch a Predator è più aleatoria rispetto a quella del documentario Predators di David Osit, dove il regista – vittima di violenze sessuali – criticava in prima persona e in una conversazione con Hansen quanto fossero controproduttivi i suoi metodi. Qui Lance Oppenheim, con sceneggiatura firmata da  Ajon Singh e basata su un articolo di Esquire intitolato “Tonight on Dateline This Man Will Die”, guarda soprattutto alla tensione tra supereroe e star mediatica, da vigilante necessariamente senza maschera a personaggio cardine degli schermi. È un ritratto arrabbiato, esagerato, dove i colori si fondono tra loro, la morale diventa legge e la legge diventa spettacolo. Sarà folle, sarà a volte ingiusto, ma ci porta a interrogarci su quello che l’occhio dello spettatore macina come un tritacarta senza trarne vere lezioni. Sarà intrattenimento ma, se ci sono vite in mezzo, non può essere davvero spettacolo.

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