Pochi personaggi hanno acceso le fantasie romantiche come Friedrich Chopin. I capisaldi della sua fama popolare si basano sulla sua musica che va diretta al cuore, sulla malattia, sulla relazione asimmetrica con George Sand, sul suo corpo al Père Lachaise e il suo cuore a Varsavia.
Un eroe della sfortuna, un santino degli amori malvissuti, un sottofondo per i sanvalentini più corrivi, un re della vulgata lacrimosa che ormai ha vita propria, uno dei più famosi morti under 40 della prima metà dell’Ottocento insieme a Franz Schubert (31), Vincenzo Bellini (34) e Felix Mendelssohn (38), limitandoci al mondo della musica.
Tra i tanti meriti di Chopin, Notturno a Parigi – grande produzione polacca in sala da oggi con Europictures e che sistema diverse cose nella conoscenza della biografia del compositore – il primo è, a nostro parere, aver ricollocato in modo comprensibile a tutti il peso e la natura della sua produzione musicale.
Se è vero che Chopin vive in pieno nel periodo romantico, è però altrettanto vero che la sua musica ha radici autonome. Chopin indagava sul pianoforte, e sulle sue potenzialità tecniche ed espressive. Era innanzitutto un insegnante e molte delle sue opere più celebrate, tra tutte gli Studi, nascono dall’esplorazione della pratica pianistica, analizzano i problemi di chi esegue per risolverli e permettono di allargare le potenzialità espressive dello strumento. Il suo modo di comporre era libero e anticonvenzionale, sperimentale e originale. Per questo veniva criticato dai contemporanei: non stava alle regole.
Il suo amico Franz Liszt (interpretato da un efficace Victor Meutele), è quello con cui affronta i problemi teorici, gli fa ascoltare le opere mentre le sta componendo, è l’unico che può seguirlo nel suo essere visionario e in anticipo sui tempi. I loro I dialoghi sono attraenti e chiari, con il merito di mostrare un lato molto empatico di Listz, di solito presentato come arrogante e autoreferenziale.
La malattia è l’incubo che accompagna le immagini già dai primi momenti, ed è l’altro punto fermo della storia. Sappiamo che è malato ma non quanto finché, in una sequenza in cui ha un attacco durante una grande festa, salta al volo una maschera dal volto imbiancato, attraversa sgomitando tra gli invitati molte sale per trovare un luogo deserto su cui sputare il sangue che lo soffoca mentre noi ascoltiamo il ritmo incalzante del Cold Song, dal King Arthur di Henry Purcell. Per chi lo ricorda e per chi c’era, un omaggio alla drammatica morte di Molière nell’omonimo film di Ariane Mnouchkine.

È solo una sentenza anticipata, da qui in poi il sangue scorrerà ovunque, sempre più tragico e ultimativo. Ci saranno, medici, visite, cure alternative, teorie bizzarre sul contagio, un repertorio di speranze malriposte in assenza di soluzioni valide. La relazione con George Sand (l’attrice francese Joséphine de La Baume) prende corpo nella seconda parte del film, importante ma sostanzialmente laterale all’unico vero interesse di Chopin, lo studio e la composizione.
La nostra recensione
Per tutta la sua durata, Chopin, Notturno a Parigi è percorso dai problemi materiali e organizzativi, che Chopin risolveva dando un paio di concerti pubblici, suonando per il re, aumentando il numero delle lezioni ai suoi studenti ricchissimi ma discretamente dotati. Si vede anche, ma con leggerezza, quanto fosse popolare e quanto piacesse alle donne, e con quale garbo lui gestisse questi effetti del suo talento.

Il regista Michał Kwieciński ha concentrato la storia negli anni parigini di Chopin, con il merito di dare spessore ad un artista molto più grande dell’immaginario che gli è cresciuto attorno. Piace il suo lato sventato ma non sprovveduto, la serietà e la costanza con cui lavorava, la consapevolezza della sua precarietà e la forza con cui provava ogni volta a ricominciare. Eryk Kulm, attore polacco molto somigliante ai ritratti e all’unica fotografia che ci è arrivata, è sensibile e misurato, elegante e profondo, buffo nei pochi momenti di leggerezza e commovente senza essere patetico.
Le riprese sono quasi completamente su piani ravvicinati, lunghe carrellate seguono i protagonisti negli interni di palazzi più o meno sontuosi, a seconda delle economie del protagonista. Questo ci restituisce una dimensione domestica della vita di Chopin, case il cui cuore è sempre la stanza con il pianoforte. Le ricostruzioni sono accurate, i costumi ben fatti, i personaggi collaterali ben caratterizzati. Eccellente tutta la parte musicale che propone strumenti simili a quelli in uso ai tempi di Chopin.
La produzione è stata la più costosa nella storia del cinema polacco. E si vede. Luoghi e ambienti ben ricostruiti, scene di massa ricche di particolari, molta eleganza nelle scelte estetiche, nessuna caduta di stile.
Il film dura più due ore ma regge. Ogni sequenza ha senso, non ci sono ridondanze e il filo narrativo corre senza sbandamenti. Un buon biopic, serio e ben documentato.