Da alcuni anni, quelle che le Giornate degli Autori offrono alla Sala Laguna sono Notti Veneziane. Questa speciale sezione off, organizzata in collaborazione con Isola Edipo, che quest’anno segue il claim del ritorno dei numeri primi, è dedicata all’indagine del rapporto creativo tra linguaggio cinematografico e le altre arti: dal teatro alle arti visive e alla musica. Tra i titoli proposti per l’edizione 2025 l’interessante documentario autobiografico di Loris G. Nese: Una cosa vicina.
Come tanti giovani filmmaker, Loris G. Nese da diversi anni si occupa di cinema e audiovisivo con diverse mansioni: regista, sceneggiatore, animatore, direttore della fotografica, co-fondatore della casa di produzione Lapazio Film.
Finora, quattro cortometraggi all’attivo. Il primo, Quelle brutte cose vince la SIC di Venezia e viene selezionato al Sundance. Due anni dopo, Malumore è premiato a Torino, selezionato a Annecy Animation FF. Nel 2021, presenta, in concorso a Orizzonti di Venezia, Il turno, mentre con il suo ultimo lavoro del 2023 Z.O. vince Locarno. Una ricca produzione di successo, quindi, la sua. Iniziata sui banchi del DAMS di Bologna e proseguita tra le principali manifestazioni internazionali dedicate al cinema breve.
Ma la storia di Loris parte da Salerno. Quando decide di prendere in mano la sua telecamera non solo per continuare a sperimentare con le sue ibridazioni tra documentario e animazioni. Ma per indagare su una storia a lui molto vicina. Fare pace con un nome che si è ritrovato suo malgrado. Per imparare a conoscere qualcuno che è mancato quando era ancora un bambino.

Il cinema diventa lo strumento per porre domande
Una cosa vicina è il ricordo di un padre. Così vicino da sembrare lontanissimo.
Così dice Loris G. Nese nelle sue note di regia:
Il film nasce dalla voglia di raccontare la confusione che caratterizza una vita trascorsa tra dubbi sul proprio passato, che si insinuano sottopelle nell’interpretazione del mondo. Questo percorso emotivo parte dall’innocenza dell’infanzia, che porta con sé la fascinazione per il mito, passa per l’adolescenza alimentata dall’esaltazione del male, e arriva alla necessità adulta di cercare una verità più complessa, fuori dalla retorica della cronaca e dalla narrazione dominante. Alternando materiali d’archivio, animazione, filmati famigliari e riprese documentarie, il racconto cerca di restituire i molti punti di vista che compongono una storia famigliare segnata da scelte problematiche, profonde perdite, amore e resistenza quotidiana. Il cinema diventa lo strumento per porre domande forse irrisolvibili e costruire un’immagine possibile, parziale come tutte le altre
In questo toccante documentario, in cui lo spettatore viene trascinato nel senso di quasi sconforto di un giovane uomo che vorrebbe conoscere il proprio passato per riuscire ad affrontare come un nuovo inizio il suo futuro, lo sguardo e i giudizi del regista restano in secondo piano. Quasi non contano.
A importare sono le voci di chi il padre lo ha veramente conosciuto. Della madre di Loris, sposa giovanissima e vedova troppo presto. Che dice di non sapere. Ma ha lo sguardo di chi ha sofferto per tenere lontano il figlio dal Male che quel cognome ingombrante rappresentava. Degli amici di sempre di Loris. Che non ricordano (o preferiscono evitare di farlo) come abbiano scoperto chi fosse il padre. Ma che sanno che non importasse loro. Perché volevano conoscere Loris.

Ritrovando la voce.
Un lavoro profondamente intimo quello fatto per realizzare Una cosa vicina. In cui il regista cerca di dare voce ai propri pensieri. Anche se quella di Loris G. Nese la sentiamo solo attraverso le tante domande che vuole porre a chi ha conosciuto davvero il padre e chi, invece, da sempre conosce lui.
Lascia che siano altri a dargli voce. Ed è così che Francesco Di Leva è chiamato a esprimere come Loris sia cresciuto, i drammi che ha dovuto vivere, il senso di essersi perso in quella lontananza-assenza del padre. E il suo cercare di allontanarsi dagli effetti che l’ancora troppo vicinanza dal suo drammatico passato ha avuto sulla sua vita. Mentre a Mario Di Leva (figlio di Francesco, NdR) spetta il – difficile e doloroso – compito di lasciare che il regista torni bambino, possa disperarsi per la sua perdita, per il suo sentirsi abbandonato.
In un perfetto equilibrio tra documentario di indagine, recupero di materiali di archivio familiare e animazione, Una cosa vicina ci porta vicino ai fatti e ai dubbi che il regista cerca di dipanare. Tenendoci – rispettosamente, ma empaticamente – lontani dal suo dolore.