Chi ha aperto questo articolo nella speranza di trovarsi davanti un’effettiva recensione di After the Hunt, il nuovo film di Luca Guadagnino presentato fuori concorso all’82° Mostra d’arte cinematografica di Venezia, potrebbe rimanere deluso. Non credo che questa sarà una recensione, ma piuttosto un flusso di coscienza e una riflessione a cervello aperto su un film che mi ha lasciata profondamente confusa. Date le tempistiche di produttività a cui siamo chiamati a rispondere come giornalisti a Venezia, c’è una corsa contro se stessi contro i propri neuroni per arrivare a scrivere un numero soddisfacente di battute entro lo scadere dell’embargo. Ho passato un’intera sera a rispondere a tutte le persone che mi chiedessero un parere in merito con una frase semplice ma profondamente paracula: “Ci devo dormire su”.
Il prendersi distanza spaziale e temporale da un’opera per poterla giudicare con maggiore lucidità non è un crimine, ma un sacrosanto diritto, tuttavia nonostante tutto non credo di essere ancora riuscita a farmi strada mentalmente nella nebbia che ha portato nel mio cervello After the Hunt. Quando entriamo in sala per vedere un film solitamente sappiamo pochi dettagli accompagnati da quello che è l’indizio più forte, il nome del regista. Luca Guadagnino ormai è un biglietto da visita per un particolare tipo di cinema, intriso di desideri taciuti e spesso proibiti, relazioni d’amore – spesso contraddistinte da improbabili age gap – che non mai sono giudicate sotto la lente della morale. In After the Hunt il regista attraverso una sceneggiatura firmata dall’esordiente Nora Garrett (che lui, come dichiarato nelle note di regia, ha reso più chiaroscurale, complicandone il finale), si trova ad interrogarsi sul potere e sul privilegio, portando con sé la cancel culture e tutta la tempesta culturale che ha accompagnato il post #MeToo.

After the Hunt è la storia di tre persone e della guerra verbale e psicologica che si crea tra di loro, dopo che una confessione fa vacillare le fondamenta della loro coscienza. Maggie (Ayo Edebiri, fresca del successo di The Bear) è una studentessa modello, la cui tesi, tenuta quasi nascosta, è oggetto di interesse e di attenzione per tutta l’università di Yale. Due assistenti professori, Alma (Julia Roberts) e Hank (Andrew Garfield), due leoni che corrono verso la stessa cattedra, la corteggiano intellettualmente, permettendole di entrare nei loro giri privati, finché dopo una festa, Maggie non confessa di essere stata vittima di una violenza. Questa non è una parola che la sceneggiatura di Garrett usa esplicitamente. “Hank ha oltrepassato il limite”, sono le parole esatte, quelle che devono bastare ad Alma per sapere come comportarsi quando il collega e taciuto amante si rivela essere un totale sconosciuto.
La verità non è unica in After the Hunt e forse non esiste nemmeno. Hank contesta le accuse di Maggie, pensando che siano una ripicca per aver scoperto delle sue scorrettezze in ambito accademico. Ogni parola complica quella precedente in un pavoneggiamento verbale che rimane tuttavia fondamentalmente vacuo.

After the Hunt è tutto e il contrario di tutto, è un film che vuole farsi portatore di tutta la contemporaneità e per farlo si riempie di contraddizioni, talmente tante che è difficile capire cosa il film voglia realmente dire. Questa confusione rientra chiaramente nelle intenzioni di Guadagnino che dopotutto come dice lo stesso poster del film “Non tutto è fatto per farti sentire a tuo agio”, ma è anche ugualmente vero che esistono modi più costruttivi per provocare e generare discussioni che fare un film su una possibile finta accusa di stupro citando Woody Allen come principale fonte di ispirazione cinematografica.
Per essere un film che vuole analizzare le sfumature della cultura odierna, After the Hunt è ferreo su dei preconcetti che appaiono particolarmente datati, vedi per esempio le tendenze dei Gen Z a cercare etichette (con conseguente gag continua sui pronomi usati dallə partner di Maggie). Non vuole mettere in dubbio le sue idee, solo provarle attraverso un testo argomentativo cinematografico, dove tesi e antitesi esistono contemporaneamente sullo schermo e si sovrappongono in una confusa cacofonia. Viaggiando senza un focus, cavalcando paroloni e concetti filosofici, il film commette forse il suo peggior errore: essere profondamente vacuo, composto, ingabbiando tutti i suoi personaggi e di conseguenza i suoi attori riuscendo a far apparire sottotono anche un’agguerrita Julia Roberts, nella sua migliore imitazione di Cate Blanchett in Tàr.

Proprio Tàr è il film a cui After the Hunt più assomiglia degli ultimi anni, ma senza il ritmo o la consapevolezza, perché se il film di Todd Field era realmente provocatore, sicuro, che usava la sua ambiguità come un’arma, l’opera di Guadagnino manca di quella stessa forza propulsiva, troppo innamorata della sua pretenziosità per arrivare a dire qualcosa di realmente producente.