La trama fenicia – Wes Anderson ci ha rotto un po’ le scatole

C’è stato un tempo in cui andare al cinema a vedere un film di Wes Anderson significava vivere un’esperienza tanto bizzarra quanto ammaliante. La devozione maniacale all’estetica, i primi piani statici, le scenografie pastello perfettamente simmetriche e i personaggi caricaturali erano il suo marchio di fabbrica.. e funzionavano. Benissimo. Da qualche tempo, però, il potere affascinatole di Anderson sul suo pubblico sembra essersi affievolito. Dopo oltre vent’anni di applausi devoti, La trama fenicia  – ultima fatica del regista, ora al cinema – ci costringe a una riflessione inevitabile: siamo noi ad esserci assuefatti, o è lui a essersi rinchiuso in una scatola troppo ben confezionata?

Perché ormai, più che un nuovo film, ogni sua uscita sembra una versione parodica del precedente. Quella che una volta era una grammatica originale e folgorante è diventata una retorica barocca, ripetitiva e – ahinoi –, prevedibile. Anderson resta uno dei cineasti più riconoscibili e influenti del nostro tempo, ma il suo cinema sembra sempre più una matrioska di autocitazioni. Affascinanti per gli occhi, senza dubbio, ma inesorabilmente vuote.

Presentato in concorso a Cannes 2025, La trama fenicia ruota attorno a Zsa-zsa Korda (un Benicio Del Toro in stato di grazia manierista), eccentrico magnate dalla vita sentimentale e finanziaria disseminata di eccessi, eredi e nemici. Sopravvissuto per miracolo al sesto attentato contro la sua vita, Zsa-zsa decide di sistemare i conti col passato e garantire un futuro alle sue macchinazioni: vuole lasciare l’impero alla figlia maggiore Leisl (una sorprendente Mia Threapleton, che si conferma ben oltre la “figlia di”), e realizzare il suo sogno più ambizioso: la costruzione di un’enorme infrastruttura nello stato immaginario della Phoenicia, sospeso tra Medio Oriente e allegoria geopolitica.

Il progetto prevede un tunnel ferroviario, un canale navigabile e una diga monumentale. Ma a tenerlo insieme non è la logica, bensì una struttura narrativa altrettanto labirintica: ogni fase è racchiusa in una scatola, ogni scatola in un capitolo, ogni capitolo in una nuova deriva. Nota di servizio: se tutto ciò vi sembra eccessivamente complicato è perché, in effetti, lo è.

Nonostante ciò, La trama fenicia riesce comunque ad essere più coinvolgente dei due predecessori (Asteroid City e The French Dispatch) grazie anche a un maggior dinamismo di scrittura e messa in scena, eppure tale sforzo non è sufficiente a scrollarsi di dosso quella familiare e fastidiosa sensazione di trovarsi davanti all’ultimo boccone di una torta che, seppur splendidamente decorata, risulta ormai irrimediabilmente stucchevole.

È un film che coinvolge, diverte, mostra invenzione visiva e intelligenza registica, ma ci ricorda che la bellezza, quando reiterata senza sosta, finisce per anestetizzare. Il pastiche di generi (spy story, noir finanziario, melodramma familiare, commedia nera e via elencando) funziona, certo, ma alla lunga satura, ricordandoci che ogni tanto i modi di dire intrisi di cliché restano vivi dopo secoli perché forse hanno un fondo di verità: dunque, caro Wes, per questa Trama Fenicia è proprio il caso di dire che il troppo stroppia.

Ma attenzione: non si parla di una catastrofe filmica, non è una damnatio della poetica andersoniana a tutto tondo, perché tutto sommato, anche stavolta, Anderson riesce in qualche misura a sorprendere; lo fa dando spazio, per la prima volta con decisione, all’arte vera. Non più semplici citazioni o opere fittizie, ma quadri autentici — come Enfant assis en robe bleue di Pierre-Auguste Renoir — entrano in scena e assumono valore narrativo, illuminando la psicologia dei personaggi, le loro dinamiche, persino i loro silenzi. Non è un dettaglio: nei titoli di coda, accanto agli attori, compaiono i nomi dei collezionisti che hanno prestato le opere. Un gesto che, più di molte scene o plot-twist intricati, racconta l’ambizione (e l’ostinazione) di questo film.

La trama fenicia non è dunque un passo falso, ma con i suoi meritevoli sprazzi di novità conferma comunque la sensazione che da tempo aleggia sul cinema di Anderson: invece di evolvere, si richiude su se stesso, come un origami già piegato troppe volte. Anderson resta un autore unico, ma se da ogni scatola esce sempre la stessa sorpresa, chiamarla sorpresa comincia a suonare un po’ ridicolo.

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