The French Dispatch – Ode confusa a un giornalismo estinto

The French Dispatch di Wes Anderson, disponibile da oggi su Disney+, dovrebbe essere una lettera d’amore al giornalismo, ma finisce per assomigliare a un greatest hits della carriera del regista.

Wes Anderson è diventato nel panorama cinematografico odierno un brand più che un semplice regista. Al suo nome vengono associati un’estetica precisa fatta di colori saturati e linee geometriche, una scrittura comica ed eccentrica, una serie di attori ormai diventati presenze costanti nel suo cinema come Bill Murray o Owen Wilson. Uno stile così riconoscibile rappresenta tuttavia un’arma a doppio taglio: se da un lato è raro al giorno d’oggi raggiungere un simile status quo autoriale che trascenda l’ambito puramente cinefilo (in queste settimane Wes Anderson è protagonista anche di uno dei trend più ricorrenti su TikTok), dall’altro soffoca ogni possibilità di innovazione e quello stile a un certo punto rischia di diventare la parodia di se stesso.

Questo è il caso di The French Dispatch of the Liberty, Kansas Evening Sun (o più semplicemente The French Dispatch), il suo ultimo film che, dopo essere stato presentato al Festival di Cannes, è da oggi disponibile su Disney+. Ha visivamente e tematicamente l’aspetto di un greatest hits, ma anche è anche un tentativo di omaggiare alcune delle sue più grandi ispirazioni (qui Jacques Tati e Federico Fellini soprattutto) inglobandole nel suo cinema. The French Dispatch vuole essere troppi film contemporaneamente, che finisce per dimenticarsi quella che era la sua missione annunciata fin dall’inizio: essere una lettera d’amore a un’idea di giornalismo che rischia ormai da tempo l’estinzione.

The French Dispatch prende spunto dalla passione di Anderson per The New Yorker, che nella finzione cinematografica diventa il magazine che dà il titolo al film. Nato dal desiderio del giornalista Arthur Howitzer Jr (Bill Murray) di creare un piccolo appuntamento di lettura domenicale, può contare sul lavoro di giornalisti e reporter appassionati e stravaganti come Lucinda Krementz (Frances McDormand), J.K.L. Berensen (Tilda Swinton), Herbsaint Sazerac (Owen Wilson) e Roebuck Wright (Jeffrey Wright) per raccontare storie straordinarie, tra arte, cultura, vita quotidiana e straordinaria. Il giornale, che ha sede nella cittadina di Ennui-sur-Blasé, tuttavia ha una fine annunciata: quando Howitzer muore, il suo testamento annuncia che The French Dispatch è destinato a morire con lui.

Il film è l’ultima edizione del magazine, quella su cui il giornalista stava lavorando al momento della morte. Anderson sceglie di optare per un formato antologico, suddividendo The French Dispatch in 5 segmenti che vogliono rappresentare i differenti articoli (Il reporter ciclista, Un capolavoro nel cemento, Revisioni di un manifesto, La sala da pranzo del commissario di polizia e un epilogo-memoriale dedicato a Howitzer).

In Il reporter ciclista, Herbsaint Sazerac accompagna il lettore/spettatore tra una serie di tableaux vivants rappresentanti la quotidianità di Ennui-Sur-Blasé. Un capolavoro nel cemento nasce da una conferenza dell’eccentrica J.K.L. Berensen dedicata alla carriera di Moses Rosenthaler (Benicio Del Toro), un artista che durante la sua prigionia ritrae la giovane guardia Simone (Léa Seydoux). Un commerciante d’arte (Adrien Brody) è disposto a renderlo un fenomeno globale, ma si scontra con i metodi poco ortodossi di Rosenthaler. Revisioni di un Manifesto è il reportage di Lucinda Krementz sulla cosiddetta “Rivoluzione degli Scacchi”. Nonostante la professata neutralità giornalistica, la donna intraprende una breve relazione con Zeffirelli (Timothée Chalamet) e lo aiuta in segreto a redigere il manifesto della rivolta. In La sala da pranzo del commissario di polizia, Roebuck Wright racconta nel corso di un’intervista televisiva una rocambolesca cena, preparata dal poliziotto/chef Nescaffier (Stephen Park).

The French Dispatch rappresenta il primo tentativo di narrazione antologica da parte di Anderson e il risultato è altalenante. Se Un capolavoro nel cemento è un gioco intelligente sul modo di intendere l’arte, sia Revisioni di un Manifesto che La sala da pranzo del commissario di polizia soffrono di una profonda mancanza di misura, cercando di inseguire troppi generi cinematografici e di strizzare l’occhio a molteplici autori. Questo si nota soprattutto nell’ultimo capitolo che con una narrazione eccessivamente rapida cerca di assomigliare ai migliori caper movie degli anni 50’, senza però lasciare il tempo allo spettatore di elaborare quanto effettivamente succede sullo schermo. In questo contesto, Anderson inserisce un’inspiegabile scena animata nel mezzo del climax.

The French Dispatch perde presto di mira quello che dovrebbe essere il suo obiettivo – compiangere la stampa più tradizionale in un mondo in cui i giornali sono costretti ad esistere quasi esclusivamente in formato digitale. Sotto il pastiche di colori, casting (attori come Saoirse Ronan ed Edward Norton sono delle mere comparse), tematiche, rimane purtroppo soffocato il vero cuore del film che traspare solo in una piccola scena di La sala da pranzo del commissario di polizia, dove Roebruck spiega come mai continui a scrivere di cibo dopo tanti anni. Lo fa indicando il piacere che prova nel sapere che qualsiasi cosa accada, sa che uno chef ha preparato un pasto per riscaldare il suo cuore. È facile interpretare quella frase come il sentimento che Anderson prova nei confronti del giornalismo tradizionale – un banchetto di storie preparate con cura per il lettore per soddisfare ogni suo appetito – ma The French Dispatch non offre mai lo spazio adeguato per un discorso necessario e obbligato dal panorama odierno.

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