È il 2049 e nessuno si ricorda chi sia Emanuela Fanelli. Della sua carriera da comica e da attrice, con tanto di due David di Donatello conquistati per Siccità e C’è ancora domani rimane solo un pallido e offuscato ricordo. Da più di un decennio è sparita dalle scene in seguito a uno scandalo che l’ha travolta all’improvviso, perché lei – persona dal cuore buono – si è fidata come capita troppo spesso della persona sbagliata e lo scandalo che ne è nato ha distrutto la sua reputazione.
Il giornalista Malcom Pagani, che vorrebbe tanto poter realizzare il documentario dei suoi sogni su Elsa Morante e Alberto Moravia, accetta per saldare qualche debito di raggiungere Emanuela Fanelli in Val d’Aosta, cantone svizzero e non più regione italiana dove si è ritirata da anni, per tracciare la traiettoria della sua carriera. L’ecosistema dello star system assomiglia molto a quello della galassia, ci sono pianeti, costellazioni, stelle e meteore e quella di Emanuela Fanelli è una stella che si è spenta troppo presto. Peccato sia andata così.

Peccato, l’unica serie presentata in questa edizione dell’83° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia e disponibile su HBO Max dal 2 Ottobre, prova a immaginare un mondo dello spettacolo che, in un certo senso, si è liberato di Emanuela Fanelli. Nei sei fugaci episodi, l’attrice è tutto e il suo contrario, diva e poi barzelletta, artista a tutto tondo – dal ballo al varietà, passando per la conduzione televisiva e la regia cinematografica – e poi pappagallo che ripete in continuazione lo stesso ritornello. Peccato condivide con la sua protagonista la stessa natura massimalista. Vuole essere tante cose contemporaneamente, le gag si sovrappongono fino a far perdere la cartina del discorso e i personaggi-amici sono troppi, ciascuno con il proprio ingombrante bagaglio culturale.
La serie diretta da Valerio Vestoso è una barzelletta di cui è contemporaneamente la persona che prova a raccontarla e quella che anticipa la battuta, rovinando così la festa a tutti. A volte i tempi comici funzionano perché la maggior parte delle persone coinvolte, anche le più inaspettate (vedesi Gianni Canova), sanno molto semplicemente far ridere, spesso la serie finisce nella più totale cacofonia. Peccato parte da una buona intuizione sia produttiva, la speranza di riportare il mockumentary in Italia – un genere che non abbiamo mai capito o fatto con la giusta attenzione, che narrativa – un what if metanarrativo sulla vita e la carriera di Emanuela Fanelli. Peccato che quella miccia non porti mai a una reale esplosione e la serie fatichi anche ad occupare quei sei episodi, inseguendo un’idea e riuscendo solo a guizzi a creare qualcosa di nuovo, efficace e all’altezza della stessa Emanuela Fanelli.

Il tirante del processo, annunciato nel primo episodio ed esplorato solo nell’ultimo dopo le richieste di Fanelli-personaggio, è prevedibile e nel momento in cui viene rivelato, la serie, tranne un piccolo accenno a un cerchio vizioso destinato a ripetersi, fatica a trovare una chiusa efficace. Rimane tutto in aria, le talking heads che si sono succedute salutano lo spettatore e se ne vanno e noi rimaniamo lì, per una post-credits che regala la scena più soddisfacente e divertente di tutta la serie chiedendosi perché il resto della serie non lo fosse altrettanto.