Se venisse anche l’inferno – Dalla parte della Storia | Giornate degli Autori

Presentato come evento speciale delle Giornate degli autori, “Se venisse anche l’ínferno” ci porta sulla Linea Gotica nell’inverno del 1944. Abbiamo incontrato il regista Samuele Rossi e gli attori Giorgio Colangeli e Luca Tanganelli

Oggi dal Lido di Venezia vi raccontiamo dell’ánteprima mondiale di Se venisse anche l’inferno di Samuele Rossi, presentato tra gli eventi speciali di questa edizione delle Giornate degli Autori. Un film che racconta una delle fasi piú tragiche della Seconda Guerra Mondiale lungo la Linea Gotica e che guarda alla Resistenza come monito a non smettere di resistere nemmeno oggi.

A margine della proiezione pubblica abbiamo incontrato il regista e gli attori protagonisti, Luca Tanganelli e Giorgio Colangeli.

Intervista a Giorgio Colangeli

Avevi giá lavorato con Samuele Rossi in Glass Boy.  Se lì eri uno dei protagonisti di una fiaba, qui vieni chiamato a interpretare la Storia. Com’è stato ritrovarti con Samuele ed entrare dentro questo personaggio?

G.C. La sorpresa fu più quella favola di Glass Boy che Se venisse anche l’inferno ora. Perché sapevo che per Samuele la Resistenza era un argomento molto presente. Non solo nella sua possibile futura filmografia, ma anche nei suoi interessi, nella sua visione della vita.

Oltretutto, é una cosa notevole oltretutto che un giovane – che, poi, è giovane ancora adesso, 15 anni fa era ancora più giovane – fosse già settato su quel tipo di interesse, quel tipo di etica per cui faceva l’impressione pensando al fatto che oggi i ragazzi di quell’età ne sanno poco della resistenza. Lui, invece, ne aveva fatto una specie di periodo simbolo della Storia. Che proprio per questo lo rendesse come qualcosa che avesse a che fare anche con la contemporaneità era sorprendente.

Quindi, ripeto, la sorpresa è stata Glass Boy e non tanto questo ultimo film. Lavorare in questo è stato un piacere, perché sapevo essere il suo binario, l’argomento che gli è sempre stato a cuore e che avrebbe trattato come qualcosa che lo riguardava quasi personalmente. Nel film c’è questa felicità del parlare di qualcosa di importante, ne é l’ésito esito.

Come hai affrontato il dover entrare cosí profondamente in quel periodo storico?

G.C. Io avevo anche una specie letteratura familiare sulla Resistenza. Perché i miei genitori, i miei zii, sia di padre che di madre, avevano vissuto la guerra e se non proprio la Resistenza, comunque quel periodo di grande insicurezza, di grande paura, di grande disagio. Poi i miei stavano vicino alla campagna, quindi non hanno fatto la fame, però hanno aiutato chi aveva fame.

Io la Resistenza come vissuto, anche se non direttamente, l’ho sentita a lungo. L’ho recuperata poi a mano a mano che andavo avanti, solo nella maturità, perché in realtà io sono nato nel ’49, quindi sono nato quattro anni dopo la fine della guerra’, non l’avevo mai realizzato perché i miei ricordi di infanzia rivisti. Col senno di poi, i ricordi mi parlano della guerra appena finita. Ricordo la quantità di cose inquietati che c’era in giro: i posti riservati agli invalidi di guerra e del lavoro nei mezzi pubblici, le raccomandazioni che i nostri genitori ci facevano tutte le volte che andavamo in campagna di non toccare nulla, perché c-era gente che ancora saltava in aria per le mine inesplose.

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Ci ho ripensato, quindi, quando la guerra ce l’avevo alle spalle. Forse c’è qualche esagerazione autobiografica, ma a Roma sono tutti raccontano di essere scampati per poco al massacro delle Fosse Ardeatine, tutti stavano lì proprio un attimo prima. C’è tutta una mitologia della guerra che ha lasciato il segno e che è stata trasmessa.

Quello che è mancato dopo è che io non ho trasmesso niente di tutto questo a mio figlio. Non la sento come una colpa, è come una specie di fisiologia della storia che va avanti. Però ora sento invece il bisogno – magari in altre sedi, non nella famiglia, ma nelle istituzioni, nel cinema, nella letteratura, nella politica – che la cosa vada recuperata, vada rivissuta. 

Intervista a Luca Tanganelli

Nel film devi affrontare la gran parte delle scene completamente da solo. Che lavoro hai fatto per arrivare a questo risultato? Come e quanto ti sei interfacciato con il regista?

L.T. É stato fondamentale interfacciarmi con Samuele da un punto di vista soprattutto teorico. Nel senso io volevo arrivare ovviamente con le idee chiare, a livello di tutti quei piccoli dettagli che Samuele necessariamente ha più chiari di me e ovviamente di tante persone, essendo appunto come diceva Giorgio il suo binario principale.

Mi sono nutrito di libri, film e cose che mi ha consigliato Samuele e ci siamo confrontati tantissimo. Questo è stato il regalo più grande di questo film. Penso che entrambi abbiamo scoperto un nuovo modo di comunicare. Io conosco Samuele da quando ho 4 anni e penso che lui sia stato veramente, se non il motivo, una delle persone che mi ha spinto a fare questo mestiere. Quindi, gli devo comunque il percorso che ho fatto, anche se non avessimo fatto questo film insieme. Abbiamo scoperto, da amici, un modo di lavorare insieme di una estrema professionalità e libertà.

Sono stato molto solo e molto in silenzio durante le riprese e devo dire che arrivare in questi luoghi meravigliosi della Valle d’Aosta, dell’Emilia-Romagna, della Toscana esentire quella solitudine – perché la troupe era molto silenziosa, eravamo pochi – é stato importante.

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Con Samuele abbiamo parlato solo quando era estremamente necessario e lui mi ha fatto il grandissimo regalo di darmi la fiducia di lasciare andare in rolling la macchina e farmi fare delle cose. Perché é in quella solitudine, secondo me, che è nato Gio. Quella solitudine e quella natura sono diventati dei compagni di scena. Anche quando io ero più insicuro oppure semplicemente un po’ più stanco, mi bastava arrivare sul set, trovarmi in quel rifugio oppure in quei boschi. E quella natura mi ricordava che quello che mi serviva per fare questo film e questo personaggio era quello che avevo dentro di me. Era un qualcosa di più grande, una comunicazione con qualcosa che stavamo cercando e che era già nell’aria.

Come é stato per te entrare in quel periodo?

L.T. La mitologia di cui parlava Giorgio l’ho avuta anche io dai miei nonni, perché comunque siamo stati un Paese dove ovviamente la guerra si è sentita. Mio nonno – che sono sicuro che sarebbe molto fiero di noi in questo momento [si commuove raccontandolo, NdR] – è sempre stato un grandissimo antifascista. Ho questo ricordo di me da piccolo con i miei nonni che mi raccontavano di quando sapevano che arrivavano i tedeschi, quindi prendevano i materassi sulle spalle, andavano in montagna. Oppure dei racconti tremendi, come ce ne saranno a centinaia, di cose fatte nelle nostre zone, eccetera.

Quindi, quando Samuele mi ha proposto Se venisse anche l’inferno è come se si fosse strappato un velo di ricordi. Adesso ho capito che erano fondamentali per questo racconto, per me, perché era veramente quello a cui mi sono poi aggrappato come sensazioni, perché sono tornato a rivivere quando mi raccontavano queste cose. Senza un’idea di cosa fosse la guerra, pensavo che incubo, che paura questa cosa che non so cos’è.

Sono andato a ripescare quelle sensazioni. Per me è stato subito, insieme appunto a La memoria degli ultimi di Samuele – che è un documentario meraviglioso, dove ci sono delle testimonianze appunto di partigiani che sono diventate per me l’alfabeto per costruire la sensazione dentro. Poi tutto il resto – appunto la solitudine, la natura – ha fatto il suo.

Intervista a Samuele Rossi

Decidi di ambientare il tuo film in uno dei periodi piú bui della Resistenza: l’inverno del 1944. Come mai?

Perché in realtà é partito tutto da lì. La frase che mi ero appuntato all’inizio di questo percorso, quando ho iniziato a scrivere, era voglio raccontare la storia di un ragazzo, quindi di un giovane, che resiste mentre fuori tutto il mondo brucia. Perché non volevo raccontare la Resistenza nel suo momento più luminoso, ma volevo concentrarmi su qualcosa che era anche meno raccontato o non raccontato in modo pieno. Ovvero, il famoso inverno del ’44, quel punto più basso, l’abisso, più tragico. Il doversi immaginare in una guerra senza fine, o addirittura in una guerra che i protagonisti avrebbero visto dalla parte della sconfitta.

Era una Resistenza senza speranza. Resistere in quel momento, infatti, era sopravvivere, aggrappandosi a nulla, alla concretezza di un voler rimanere vivo. Ma è in quel momento che anche l’ideale, la lotta stessa per qualcosa di concettuale, di astratto rischiava di diventare impossibile. E, infatti, nel film in realtà ho scelto di non raccontare quella parte, quella formazione. La formazione per Gio passa dall’esperienza della fame, del freddo, della solitudine, della paura. Tutte sensazioni fisiche non formative, concettuali, teoriche, e mi sembrava che lì si racchiudesse non solo l’elemento, il tema, il sentimento più importante da raccontare di quel periodo, ma anche che in quella situazione risuonassero le tante resistenze di oggi.

Questo per me era centrale, perché la sensazione che ho io, più che da regista, è quella di vivere in un mondo dove chi continua a credere in certi ideali, in certi valori, in una certa visione del mondo, è in un momento dove non può fare altro che resistere, perché tutto attorno non solo sembra bruciare.

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Raccontare quella Resistenza mi sembrava il modo migliore per agganciare il nostro presente. Dentro la Resistenza di oggi trovo la resistenza del popolo palestinese, ma anche la resistenza delle nuove generazioni, di tanti giovani che si sentono esclusi da una società in cui non si riconoscono, e ci trovo anche la resistenza mia di regista che vive in un’industria che è totalmente declinata sulla grande produzione e che ha distrutto il cinema indipendente. Riducendo le possibilità di tanti registri, di tanti professionisti, di voler raccontare una storia e di poterla fare anche in un tempo ovviamente legittimamente breve. Da lì anche la volontà di produrre Se venisse anche l’inferno in un tempo stretto, con un diverso approccio. E quell’approccio racconta quello che resiste, esserci, questo film voleva esserci e ha fatto di tutto per esserci.

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