Dario (Riccardo Scamarcio) è un uomo semplice con pochi sogni. Ha un lavoro – il perito assicurativo – che lo ha reso preciso, metodico e distaccato. Sa di non essere un genitore perfetto ma cerca di stare sempre vicino a suo figlio Enrico (Andrea Aggio), tetraplegico dalla nascita, dandogli attenzioni e aiutandolo come gli riesce. Quando però inizia a sviluppare un rapporto con il figlio adolescente dell’algido fratello (Fausto Russo Alesi), Giacomo (Tancredi Naldini), qualcosa in lui si riaccende e vede la possibilità di condividere con il ragazzino tutte le passioni che non potrà mai condividere con Enrico.
I figli della scimmia di Tommaso Landucci, primo film di finzione dopo il debutto con il documentario Caveman – Il Gigante Nascosto presentato qualche anno fa alle Notti Veneziane, trova le sue radici, come intuibile dal titolo, nella fiaba di Esopo: la storia di una scimmia che aveva due cuccioli ma amava e nutriva soltanto il preferito, trascurando l’altro. Il film, che sarà nelle sale dal 17 settembre, affronta un aspetto delicato e spesso ignorato proprio per la sua complessità del ruolo genitoriale: il confine tra egoismo e altruismo, tra dovere e responsabilità. È un confine sottile che ogni figura abita come riesce, ma a volte i propri desideri, il proprio sogno di genitorialità si scontra con violenza con la realtà dei fatti.

Dario sa che con Giacomo può fare moto cross nei percorsi montanari, che probabilmente potrà avere un’adolescenza leggera a inseguire la ragazza che gli piace, mentre con Enrico la responsabilità gli pesa sul petto. Fatica a immaginare per lui una vita libera e quindi si rifugia in quel rapporto che finisce per minacciare le stesse fondamenta della sua famiglia. Sarebbe facile cadere nel melodramma con una storia che al suo centro ha un dilemma così ingombrante, ma Landucci, accompagnato nella sceneggiatura da Damiano Femfert, è capace di trovare un elegante equilibrio, dove se la tragedia esiste, è una turbolenza interiore, è in un silenzio prepotente dove abitano parole che non si riescono a dire.
In concorso a Orizzonti, il film, guidato da un Riccardo Scamarcio in reale stato di grazia (forse mai così umanamente in sintonia con il suo personaggio, l’impressione nel vederlo sullo schermo è di due vasi comunicanti di sentimenti con uno scambio continuo e vivo), arriva sul finale incerto, stuzzicando l’idea di un crescendo emotivo a cui sembra mancare un’esplosione finale. In fondo però quella che Landucci vuole fotografare è la vita, è una quotidianità taciuta, è semplicemente essere padre e per mostrare tutto questo non serve cercare l’artificio cinematografico, basta essere in ascolto e I figli della scimmia è un film che ascolta i suoi personaggi in continuazione e nel farlo, mostra un profondo e dolce rispetto e non c’è niente di più prezioso nel cinema oggigiorno.