Wild Horse Nine – Quando un regista plagia se stesso | Venezia83

Nell’epoca di continui reboot, remake e mille altri possibili rifacimenti delle stesse storie, ogni tanto capita persino che un regista finisca per comodità o per abitudine ai tempi che corrono a ricopiarsi da solo. Con Wild Horse Nine, presentato in concorso all’83° Mostra internazionale d’arte cinematografica, il regista, sceneggiatore e drammaturgo irlandese Martin McDonagh sembra compilare un greatest hits di tutti i suoi film passati e in particolar modo torna a In Bruges, rivedendolo con meno cinismo e più dolcezza per quanto possa essere dolce il tentativo di eutanizzare un uomo prima che riveli nel suo memoir tutti i segreti della CIA.

Sam Rockwell and John Malkovich in WILD HORSE NINE. Photo by Searchlight Pictures/Diego Araya Corvalán, Courtesy of Searchlight Pictures. © 2026 Searchlight Pictures. All Rights Reserved.

Se bisogna riconoscere una novità a McDonagh, è che almeno questa volta è scappato dalla sua Irlanda (e non siamo nemmeno a Ebbing, Missouri) anche se la location che fà da sfondo a questo la ricorda molto tra prati verdi e colline. Ci troviamo difatti sull’Isola di Pasqua, dove il veterano Chris (John Malkovich) sogna di vedere “le grandi teste” di pietra che costellano il terreno. Non sa quale sia la loro valenza, vuole solo guardarli come ultimo desiderio prima di morire. Quando chiede al collega e amico Lee (Sam Rockwell) che lo segue con la sua Super8 quanto gli rimanga da vivere perché persino la sua memoria fa tristemente cilecca, questi gli risponde “Una settimana”. Nemmeno sei mesi o altre cifre più generose come son soliti dire i dottori, solo una settimana. Se la morte è imminente tanto vale affrontarla sull’Isola di Pasqua. Oltre alla dipartita di Chris, anche il colpo di stato di Pinochet che cambiò per sempre la storia del Cile è dietro l’angolo e aleggia sulla storia come un’ombra: un piano di cui si sanno tutti i dettagli, perché la democrazia deve essere destabilizzata, ma che è diventato una semplice battuta ormai, che Chris racconta con la leggerezza di chi ormai non capisce più il peso delle parole e della morte.

Chris e Lee ricordano i sicari Ken (Brendan Gleeson) e Ray (Colin Farrell), che in In Bruges venivano spediti in esilio nella piccola cittadina belga di Bruges, dove si trovavano ad attendere telefonate che a volte arrivavano e a volte no, mentre la loro conoscenza li portava a rileggere il loro passato e dai cadaveri che avevano lasciato sul loro percorso. Se la colpa di Ray era dettata da una morte accidentale, qui Chris – da cristiano quale è – inizia il suo memoir, mai scritto ma sempre dettato a un registratore, interrogandosi su come sarà il paradiso e soprattutto se lì vi troverà i dinosauri. La sua peculiare eutanasia serve anche a preservare il posto che pensa che presto gli spetterà nell’aldilà. In In Bruges i due sicari e nello specifico Ray erano scorretti per il gusto di esserlo (tutti i discorsi sul midget o sulle scale della torre non adatte al passaggio di corpi grassi ad esempio), mentre Chris e Lee preferiscono ragionamenti più stralunati su quali siano i paesi più gay e più bravi nel fare formaggi. È un McDonagh malinconico, simile a quello de Gli Spiriti dell’Isola, che continua a guardare le amicizie maschili, tra doveri morali e piccoli giochi di virilità, riuscendo questa volta a mostrare un’ombra di ottimismo.

John Malkovich and Sam Rockwell in WILD HORSE NINE. Photo by Searchlight Pictures/Diego Araya Corvalán, Courtesy of Searchlight Pictures. © 2026 Searchlight Pictures. All Rights Reserved.

Per un film che sceglie di ritrarre un periodo così delicato della storia cilena, il film mantiene quasi del tutto una prospettiva ancorata sui due protagonisti e sulla loro incipiente ipocrisia statunitense. Le due studentesse che “sviano” il viaggio di Chris e Lee, interpretate da Mariana di Girolamo e Ailín Salas, sono degli abbozzi più che dei personaggi, un controaltare precario ma anche e soprattutto usate come tappa di un “risveglio” morale per l’agente di Malkovich.

Wild Horse Nine è più a fuoco quando si concentra solo sui dinamici battibecchi tra Chris e Lee, anche perché Malkovich e Rockwell sono un duo che funziona al pari – e queste da parte della sottoscritta sono parole molto forti – di Gleeson e Farrell. Malkovich è uno di quegli attori che ci ha mostrato la sua bravura in tutte le declinazioni concepibili dallo scibile umano, ma qui ci riserva ancora nuove sorprese con uno sguardo innocente che si mischia alla colpa e a una rabbia da tempo silenziata. È una performance luminosa e fiera che con ogni probabilità e molto giustamente ci troveremo agli Oscar. Tralasciando però Malkovich e l’orgoglio di essere il secondo film a essere girato sull’Isola di Pasqua, Wild Horse Nine offre ben poco di nuovo a chi segue con attenzione il cinema o il teatro di McDonagh, ma se questo film, in uscita nelle sale italiane a Novembre, vi colpisce, l’invito per me può essere solo di scoprire tutta la sua arte e pensare che forse a volte – per quanto gli riesca estremamente bene – potrebbe anche non parlare di due uomini e dei loro sensi di colpa.

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