Ink – Quando l’inchiostro ti scorre nelle vene | Venezia83

C’è una differenza fondamentale tra una notizia e una storia per Larry Lamb (Jack O’Connell). La prima tende a informare, a educare su quello che sta succedendo nel mondo. La seconda vuole catturare chi legge, lo vuole trascinare dentro un vortice dove ogni frase è un’emozione diversa. Se una storia può avere una struttura più flessibile e divagare nel tempo e nella struttura, una notizia – per legge dei giornalisti – risponde a 5 domande essenziali che servono a darle delle fondamenta solide. Sono le 5W – Who? What? Where? When? Why? – ma sull’ultima di queste, Larry Lamb ha dei dei dubbi. “Quando non sai il perché, la storia può andare in avanti all’infinito” e se una storia prosegue, un giornalista non può fare altro che continuare a seguirlo finché la storia non lo acceca. Bisognerebbe sostituire quel Why? con un What next?, “cosa succederà ora?”. Il motivo per cui Rupert Murdoch (Guy Pearce) ha convocato Larry Lamb nel ristorante più antico di tutta Londra sul finire degli anni ‘60 sta proprio in quella curiosità feroce che un giornale tradizionale e pacato come il Daily Mail per cui lavorava non può contenere: il magnate australiano ha appena acquistato il Sun, “la barzelletta di Fleet Street”, e vorrebbe reinventarlo grazie all’aiuto di Lamb e di una redazione composta da “messi da parte” e dagli “scarti”.

Ink, il nuovo film di Danny Boyle tratto dallo spettacolo teatrale omonimo di James Graham (qui sceneggiatore) che apre ll’83° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, sceglie di raccontare il momento storico in cui abbiamo iniziato a fraintendere cos’è una notizia e il fatto di sbatterla in prima pagina sul tavolo operatorio dell’opinione pubblica è diventato più importante della storia in sé. In modo non dissimile (anche se raccontano di due periodi storici differenti) da London Falling, l’ultima inchiesta del giornalista Patrick Keefe che, dopo essere stata in cima alle classifiche di libri in Inghilterra uscirà in Italia l’8 settembre con Mondadori, è anche la fotografia di un paese spaccato, dove l’unico modo per rimanere a galla è indossare una maschera finché non inizi a credere più in quel travestimento che nella tua stessa faccia. L’Inghilterra si trova sospesa tra la culla della tradizione e il desiderio di essere qualcosa in più, più divertente, più pericolosa, più assordante. 

The Sun, dopotutto, sotto il dominio di Murdoch e Lamb, è stato proprio questo: un quotidiano capace di osare, di proporre al pubblico quello che nessuno aveva mai osato stampare prima. Gossip, violenza, televisione, discoteche e soprattutto sesso, nulla era taboo. Doveva essere quella lettura che chiudevi all’improvviso per non attirare sguardi indiscreti ma anche che volevi spiare, perché in quelle pagine c’erano foto o segreti troppo ghiotti per non bramarli. Potevi scoprire come soddisfare tua moglie o potevi scoprire l’ultimo scandalo di uno sportivo, tutto era storia più che notizia e l’Inghilterra ascoltava e rispondeva, anche se le sue parole venivano spesso tergiversate. Dove altri avrebbero visto un tradizionale biopic imbellettato, Boyle sceglie di spingere sull’acceleratore. Se The Sun è sensazionalistico (e lo è tutt’oggi, anche se forse è tornato ad essere la barzelletta di Fleet Street), anche il film lo è. Tutto è volutamente esagerato, le inquadrature sono inclinate come i titoli che campeggiavano in prima pagina, la musica è assordante, le immagini si susseguono come flash di una macchina fotografica. Boyle torna a collaborare con il direttore della fotografia di Sunshine Alwin H. Küchler, ma sembra trascinarsi dietro lo stile di 28 anni dopo, con il bullet time che gira intorno al soggetto ripreso alle inquadrature che preferiscono essere grezze e imprecise piuttosto che pulite ed eleganti.

INK. Jack OConnell as Lamb in Ink. Anthony Dickenson © 2026.

Dal mondo di 28 anni dopo, Boyle prende soprattutto il suo attore protagonista Jack O’Connell in un personaggio ovviamente diverso dal platinato Jimmy Crystal, ma abitato dalla stessa ferocia, prima repressa che poi lentamente sale a galla fino ad esplodere. Se non abbiamo mai avuto dubbi sulla bravura di O’Connell, Ink è un’ulteriore affermazione per l’attore che questa è reale protagonista, abitando quasi ogni scena del film e guidando – come lo stesso Larry Lamb – la storia. Guy Pearce, nei panni di Rupert Murdoch, è più una minacciosa assenza, un personaggio che detta le regole e poi sparisce finché vengono rispettate. Se la sua presenza limitata può apparire come un’occasione persa (con uno screentime simile in The Brutalist aveva comandato la scena comunque), è importante riconoscere che Ink non è la sua storia nel senso stretto del termine. Quello di Murdoch è un nome più grande di qualsiasi tentativo di raccontarlo e infatti Ink non vuole concentrarsi su di lui, ma sul suo effetto eco, sulle ripercussioni della sua fame e del suo capitale.

Ink, prossimamente nelle sale italiane con Lucky Red, è un film frenetico che non lascia respiro, che guarda il nostro passato per parlare dell’oggi attraverso le fake news, il controllo delle notizie, il turbine in cui siamo gettati ogni giorno che apriamo un qualsiasi dispositivo perché ora la carta stampata ha perso importanza. E forse se capiamo il modo in cui siamo diventati così, forse ci sveglieremo dalla nostra fame di sensazionalismo e impareremo a pensare a chi c’è oltre la notizia.

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