La commedia romantica segue per definizione l’evoluzione di una coppia dal primo incontro o reincontro per arrivare alla coronazione di almeno uno stadio di quell’amore, che di solito culmina con uno struggente e sognante bacio sulle labbra. Se i due personaggi finiscono in camera da letto, si sceglie come per rispetto di un’inesistente legge per la privacy di limitarsi alla rimozione di qualche indumento, una carezza sulle spalle e un bacio sul seno e basta. Meglio inquadrare le luci di New York, mentre lasciamo la coppia nella sua intimità. L’amore al cinema è, specialmente negli ultimi anni, molto casto: dagli anni 2000 per un’indagine dell’analista Stephen Follows la presenza di sesso nei film è scesa quasi del 40%. Per questo un film come Pillion – Un amore senza freni del regista inglese Harry Lighton, presentato fuori concorso al 43° Torino Film Festival, è una ventata di eccitazione e di libertà.
Molto liberamente ispirato al romanzo Box Hill di Adam Mars-Jones (sulle sue 144 pagine ne adatta forse le prime 70), Pillion, in italiano “sellino posteriore della moto”, strizza l’occhio alla tradizione della commedia romantica inglese con una obbligatoria scena natalizia, ma più che rom-com è da definire una dom-com, perché il fortuito incontro della coppia protagonista porta a una relazione sadomaso con una dinamica dominatore-sottomesso. La vita per Colin (Harry Melling che si sta dimostrando uno degli attori più interessanti degli ultimi anni), un giovane vigile, è fatta di serena fragilità. Sa che sua madre (Lesley Sharp) è malata e che il padre (Douglas Hodge) prova a modo suo a sollevare il morale della famiglia con un improbabile coro a cui partecipa anche il figlio.

La prima volta che le strade di Colin e il motociclista Ray (Alexander Skarsgård) si incrociano è quando quest’ultimo al pub osa superare la fila davanti al bancone, che per la cultura inglese così ossessionata dal concetto stesso di fila è forse la più grande forma di trasgressione possibile. I due sembrano appartenere ad universi distanti, ma è proprio quell’esistenza agli antipodi del desiderio a renderli compatibili. Ray sceglie, Colin accetta. Ray con un gesto può decidere che Colin dormirà per terra e il suo cane sul divano. Colin con un collare al collo può solo essere un bravo ragazzo e acconsentire.
Quando si parla (se si parla) di kink ovvero di quei fetish, quelli elementi o comportamenti talvolta anche insoliti che eccitano l’individuo, si tende ad osservarli con giudizio, chiedendosi perché qualcuno dovrebbe voler essere denigrato o picchiato a letto. Se al cuore non si comanda, nemmeno i propri gusti sessuali possono essere addomesticati. Harry Lighton, che firma anche la sceneggiatura del film, sceglie di guardare a quel mondo con ironia, mai con derisione. È una commedia degli opposti, un gigante motociclista e l’equivalente umano di un elfo che fa il corista in un rapporto apparentemente senza limiti o che forse semplicemente non sono mai stati realmente discussi.

Tra uno stivale leccato o delle acrobazie in quasi completa nudità, Pillion accompagna Colin in un’indagine di sé, dei confini del proprio desiderio e di come presentarli al suo partner in un coming of age molto poco ortodosso ma orgoglioso di essere tale, lontano dai soliti traumi che affliggono le narrazioni LGBTQ+ (l’omofobia per fortuna appare come un lontano ricordo). Nelle sale italiane proprio la settimana di San Valentino con I Wonder Pictures, sarà l’occasione per il grande pubblico di sfidare tanti preconcetti sull’amore e sulle sue forme e a iniziare a vedere il principe azzurro anche come un vichingo vestito in pelle da capo a piedi.