Per Ross McElwee è difficile individuare una vera linea di confine tra documentario e vita, tra immagine ripresa e immagine vissuta. Ogni suo documentario ha sempre giocato con quella linea sbiadita, in un continuo esercizio di pensiero laterale che mescola per creare qualcosa di nuovo, qualcosa di ancora più vero della vita. Per Ross McElwee la videocamera è l’estensione della sua mano e la lente del suo occhio. Guarda il mondo che lo circonda attraverso una mediazione digitale che si fa memoria e archivio del suo vissuto.

Remake, il film che regala all’82° Mostra d’arte cinematografica di Venezia, nasce da una sconnessione, dalla perdita di senso e scopo, dalla fine più crudele che possa esistere: la morte. Ross McElwee nel 2016 ha perduto il figlio Adrian a causa di un’overdose e da quel giorno le bobine del film della sua vita si sono invertite. Remake è il tentativo di rimetterle in ordine, di trovare un significato alle riprese anche dei momenti più semplici della quotidianità, ora che quelle fondamenta su cui si appoggiava sono venute a mancare.
Come nella maggior parte dei suoi film, McElwee sceglie anche stavolta di accostare due concetti che non potrebbero sembrare più diversi: da un lato ripercorre la vita del figlio, le sue passioni, i sogni e le speranze che nutriva per un futuro che non è mai arrivato, dall’altro vi è la battaglia interiorizzata del regista contro il possibile remake fiction del suo documentario più celebre Sherman’s March da parte del regista Steve Carr, autore di film commerciali come Il superpoliziotto del supermercato o Il Dottor Dolittle 2.

Se Remake appare soprattutto come un film sull’eredità, su quello che ciascuno di noi lascia sulla Terra con la propria arte e le idee che la fanno nascere, sarebbe riduttivo e controproducente recintarne gli orizzonti tematici, perché per McElwee la narrazione è fatta di tanti vasi comunicanti dove tutto – amore, gioia, dolore, arte – scorre e si contamina.
Il tempo non può essere catturato, forse solo il cinema ci riesce creando immagini di fantasmi, intrappolati nella pellicola che con il tempo assomigliano anch’essi a personaggi inventati più che a veri esseri umani. “Spegni la telecamera! Questo è importante: Non è arte, questa è la vita vera” ripeteva l’amica Charleen davanti al suo obiettivo in Sherman’s March e ora la donna di quelle immagini non ricorda più nulla, vittima del parassita Alzheimer.
Usare la macchina da presa è una proposta d’immortalità, ma è anche un atto di sfruttamento, un’appropriazione indebita di immagini che non sono natie della nostra mente e di vissuti che non ci riguardano. McElwee esprime più volte il timore che le sue riprese costanti di Adrian fin dalla giovane età abbiano potuto contribuire a creare un’immagine sfalsata della sua esistenza. Non è un interrogativo con una risposta semplice e univoca, è un dilemma più grande di qualunque regista e McElwee con Remake sceglie di rimuginarvi sopra, in un viaggio pindarico nel suo rimorso, dove le immagini sono fantasmi pieni di vita, frammenti di dolori, risate e rabbia che cercano di mostrare Adrian in tutta la sua luce e spera di trovarlo nel pulviscolo che il proiettore illumina quando si fa strada verso lo schermo cinematografico.