Human Resource – Mia maledetta umanità | Venezia82

Come può l’umanità restare a galla? è l’interrogativo di Nawapol Thamrongrattanarit nel film Human Resource, in concorso a Orizzonti.

Fren (Prapamonton Eiamchan) aspetta un bambino. Da sempre a noi donne ci è insegnato che portare in grembo una nuova vita è quanto di più importante possa esserci, ma questa visione favolistica e datata della gravidanza non include le responsabilità che ne conseguono e le ripercussioni a livello fisico che quei nove mesi hanno su un corpo. La ginecologa avvisa subito Fren che quel bambino, quello che adesso nelle ecografie assomiglia solo a un punto, sarà in totale simbiosi con lei e per questo dovrà curare attentamente le sue emozioni perché qualsiasi cosa vivrà la vivranno automaticamente in due.

È difficile portare serenità nel mondo quando ogni notiziario locale e non annuncia una crisi imminente sociale, ambientale e finanziaria, segnata dall’ennesima lotta di classe che vedrà l’annientamento dei più poveri. Mentre le tragedie la inondano, Fren guarda l’ecografia pensando a come sarà il mondo che accoglierà suo figlio. 

Fren di lavoro è la responsabile delle risorse umane. Si occupa di giudicare chi le si palesa davanti, solitamente dei giovani, suoi coetanei o poco più giovani, che desiderano farsi strada nella impervia giungla lavorativa, ma mantenendo la propria dignità di persone. Contrattano stipendi, richiedono benefit chimerici e non accettano più il primo lavoro che passa tra le loro mani. È da questo oblò che Fren guarda il mondo, una posizione privilegiata con sufficiente distacco 

Human Resource segna il ritorno del regista e sceneggiatore thailandese Nawapol Thamrongrattanarit alla Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, dopo il suo debutto in Biennale College nel 2013, Mary is Happy, Mary is Happy, trasformatosi nel tempo  in un piccolo cult. Dell’amore che ha costellato i suoi film precedenti, partendo da Heart Attack fino ad arrivare al più recente Fast & Feel Love, qui non si trova traccia: è soffocato da una cieca disillusione verso qualsiasi fonte di speranza. Il rapporto tra Fren e il marito Thame (Petch Paopetch Charoensook) assomiglia a una transazione, uno scambio di favori affettivi dovuto al sistema più che voluto e ricercato.

Thamrongrattanarit si mostra con Human Resource nella sua forma più cinica ma anche più malinconica. I suoi personaggi si muovono in un non-luogo, una città tenuta ai limiti delle immagini che vive solo tramite strade occluse o finestre di palazzi da cui spiare il mondo. Fren, a modo suo, è un non-personaggio, stretta in un silenzio solo apparentemente passivo che la porta ad ascoltare quelle cronache di un domani funesto. La risorsa umana del titolo non è solo un riferimento al lavoro della protagonista ma a come ogni uomo sia suo malgrado oggetto nel teatro della vita, vittima di un capitalismo totalizzante a cui bisogna arrendersi per sopravvivere. È un film che in superficie appare immobile, bloccata dall’iceberg della paranoia, ma sotto si muove un turbine di disagi da cui Fren prova a salvarsi e a salvare il futuro del suo bambino.

“Quanto si fatica ad essere una persona decente?” si interroga Nawapol Thamrongrattanarit, come possiamo esistere in un mondo che non è fatto più per ospitarci e che lavora attivamente per annientarci. L’amore non esiste più e se esiste è un miraggio lontano, ma le persone sono tutto ciò che abbiamo, tutto ciò su cui possiamo fare affidamento per restare a galla nell’oceano della tristezza.

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