Presentato nella sezione LP Doc al SYSEleven durante il weekend, in replica giovedì 27 febbraio alle 17.00 il pubblico torinese potrà vedere Born to Be Wild – The Story of Steppenwolf del tedesco Oliver Schwehm.
La canzone Born to Be Wild, sinonimo del film cult Easy Rider, ha reso la band Steppenwolf celebre da un giorno all’altro in tutto il mondo. Fu da un lato l’inno di una generazione, ma dall’altro, con il suo suono “heavy metal”, divenne la pugnalata al cuore della Summer Of Love, e pose fine alla cultura hippie.
Ciò che è meno noto è che il cantante John Kay e il bassista Nick St. Nicholas sono emigrati dalla Germania con le loro famiglie all’indomani della caduta del nazismo. Il film ripercorre attraverso eccezionali materiali di repertorio il loro viaggio, dalle macerie dell’Europa, passando per i quartieri operai di Toronto sino alla California e alle vette del mondo della musica in piena epoca psichedelica.
La nostra recensione
Ogni tanto il cinema costringe i rimasugli (tra cui chi scrive) di quelli che nel 1969 erano abbastanza grandi da poter andare a vedere Easy Rider, a ripescare nel torbido della seconda metà degli anni Sessanta. Più che i dibattiti, estenuanti, più che le occupazioni, divertenti, più che il mood dei mille gruppuscoli, asfissiante, più che la beata incoscienza con cui si passava attraverso il fuoco come salamandre, più che i ricordi frastagliati e le ricostruzioni confuse per colpa dell’accumulo degli anni, restano in mente quella dozzina di canzoni e quei quarti d’ora di immagini, intatti nella loro perfezione, i veri classici del Novecento. Born to Be Wild degli Steppenwolf fa parte di questo ridotto club di opere che contengono luoghi, tempi e spazi con l’esattezza indiscutibile dei documenti storici.
A risvegliare il passato ci pensa Oliver Schwehm, regista tedesco autore di Born to Be Wild – The Story of Steppenwolf, presente al festival SeeYouSound di Torino in anteprima italiana. Il documentario è una coproduzione Germania-Canada, nel rispetto del paese di provenienza del fondatore della band, John Kay, e del paese di adozione.
Il legame con la Germania.
La famiglia di John infatti si trasferì in Canada negli anni ’50, quando John era ancora un bambino, ma già senziente, abbastanza da ricordare gli anni passati nella Germania del dopoguerra, tra divisioni e debiti da saldare con il nazismo. Pesa nella storia personale di Kay una foto che mostra Hitler in primo piano e, un po’ più indietro, il padre in divisa da ufficiale della marina tedesca. Se non è chiara la relazione che intercorse tra il padre e il nazismo, è certo che lo stile rigoroso della famiglia fa parte dell’educazione di Kay. Nonostante l’impostazione teutonica, Kay si interessa presto all’altra musica, quella del rock delle origini e dal blues e frequenta ambienti alternativi a Toronto, la sua città.
Compone qualche buon pezzo, va a New York ma non si trova, velocemente passa in California con la sua band che si chiamava ancora The Sparrows, altrettanto velocemente la band si scioglie, cambia qualche elemento e soprattutto si sceglie un nome leggendario: Steppenwolf, come da romanzo di Herman Hesse. In un momento in cui lo scrittore tedesco è il guru del consistente universo hippy, la scelta del titolo di un suo romanzo pone subito la band dalla parte dei make love, not war. Cercano di allinearsi sperimentando coscienziosamente i vari gadgets psichedelici, vivono il mood californiano in una casetta azzurra di legno a Los Angeles ma non sarà per questo che passeranno alla storia. La loro anima è più dura, ruvida, pesca direttamente nel blues delle origini, la loro voce è quella aspra ed espressionista di John Kay, il loro sound è potente e assertivo tant’è vero che sono considerati i precursori dell’heavy metal.

Born to be Easy Rider
E proprio questo binomio, heavy metal, è presente nella terza strofa di Born to be Wild, pilastro della stratosferica colonna sonora di Easy Rider nonché fondamento dell’educazione sentimentale di ogni rokkettaro che si rispetti, nonché inno universale dei biker che si immaginano perennemente on the road come Peter Fonda e Dennis Hopper. Un concentrato di sovversione che dimostra come l’opera d’arte a volte sia altro dalla personalità di chi la crea: rispetto ai loro contemporanei, gli Steppenwolf come li vediamo in questo documentario appaiono sì debosciati ma con criterio e nel complesso abbastanza defilati, benché fossero una band da stadio.
John Kay ora è un ottantenne interessante, sposato da 55 anni con il suo primo amore, un signore serio, elegante, compassato. Lo vediamo esibirsi in anni recenti nella piccola chiesa di Bach ad Arnstadt, Turingia, davanti a un pubblico rarefatto, anziano e reverente. Lui stesso che ricorda di essere stato accompagnato in un concerto da 35.000 moto che sgasavano all’unisono su Born to be Wild.

Il film è ben documentato, con molte interviste non di circostanza, con un ritmo scandito in modo equilibrato tra i filmati e le foto d’epoca e i contributi contemporanei. Di particolare interesse la parte musicale, molto presente, con tanti brani di qualità, soprattutto eccellenti nel blues, a dimostrazione che gli Steppenwolf non si sono fermati a due o tre pezzi bomba, ma hanno avuto anche altro da dire.