Peau d’homme – Travestirsi per capirsi | Venezia 83

Al contrario di quanto potrebbe far pensare il titolo (uno dei falsi amici più clamorosi di quest’anno al Lido di Venezia), Peau d’homme di Léa Domenach, presentato in chiusura alla Giornate degli Autori, non è un remake de La favolosa storia di Pelle d’Asino di Jacques Demy, perlomeno non in forma diretta. Sì, i colori sono sgargianti, le acconciature ugualmente discutibili, tutto è incentrato comunque attorno a una pelle che trasforma, è un mezzo musical e c’è Catherine Deneuve nel cast, ma giuriamo che si tratta di un altro film (forse).

Tratto dalla graphic novel Pelle d’uomo di Hubert e Zanzim, edita per l’Italia da Bao Publishing, Peau d’homme ci trasporta a metà del XV secolo, quando la principessa Blanche (Claire Pommet, conosciuta anche con il nome d’arte Pomme) è pronta a unirsi in matrimonio come ha sempre sognato, peccato che però il suo sogno di unirsi con un principe di un regno confinante venga infranto da suo padre che le impone come compagno di vita il comandante dell’esercito Melchior (Louis Peres), un uomo brusco, indelicato e solitario con cui lei non vuole avere proprio nulla a che fare. La saggia madrina Yolande (Catherine Deneuve), davanti alla disperazione della ragazza, le offre un suo personale segreto: una pelle che una volta indossata permette di trasformarsi in un uomo per conoscere più da vicino l’uomo con cui condividerà il letto matrimoniale. Peccato che i sentimenti si mettano presto in mezzo e che Blanche, nei panni di Léonard (Stefan Crépon), trovi una libertà che non ha mai incontrato prima.

Peau d’homme sceglie di affrontare un tema – quello del genere, sia come ruolo sociale che come identità – forse troppo spinoso per la leggerezza e giocosità del suo tono. Blanche vede il suo ruolo di donna come un limite all’interno della società in cui abita e quando fa questa momentanea transizione di genere, indossando la pelle di Léonard, non solo trova l’amore che solitamente non può vivere, ma riceve anche ascolto. Nella crescente paranoia religiosa guidata dal fratello di Blanche Tancrède (Eddy de Pretto) che affligge il regno di Florenz, minacciato dalla siccità, tuttavia, essere un uomo che ama gli uomini non è ugualmente facile, visto che gli “invertiti” e le cortigiane sono le prime vittime di questa follia. La portata sociale del film spesso sfugge dalle mani della sceneggiatura firmata da Domenach e Clémence Dargent e se uno spettatore si ferma troppo tempo a considerare alcuni aspetti del mondo che costruiscono con toni molto più leggeri rispetto a quelli della graphic novel, il film finisce per sfaldarsi in fretta davanti ai suoi stessi occhi e la gioia technicolor diventa posticcia.

Bisogna vivere Peau d’homme per quello che realmente è, un inno alla gioia e al cercare di vedere il genere con un’ottica aperta, pronta ad abbracciare le differenze. Con numeri musicali divertenti  e alcuni ritornelli martellanti e soprattutto con una splendida e devastante Catherine Deneuve, il film di Domenach ci potrà far pensare indubbiamente, ma a volte va bene anche solo ridere di gusto e credere di poter fronteggiare la mania religiosa, omofoba e transfobica che pervade questi tempi al suono di una canzone pop.

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