Ritorno a Buenos Aires – Le confessioni di un cane fedele | Venezia83

Marco Bechis torna in Argentina per raccontare con “Ritorno a Buenos Aires” una drammatica testimonianza dal Garage Olimpo. E commuove Venezia83

Ritorno a Buenos Aires di Marco Bechis chiude oggi le proiezioni dei film in concorso a Venezia83. Lo fa riportandoci dentro l’efferratezza della dittatura argentina e riportandoci nell’orrore di Garage Olimpo a quarant’anni da quei crimini. Un intenso Adriano Giannini intepreta Mariano Tano Guerra, convocato nel 2008 a testimoniare di persona durante il processo per crimini contro l’umanità svoltosi a Buenos Aires. E costretto a fare i conti con la verità di ciò che è avvenuto nei 2 anni e 46 giorni della sua prigionia.

La trama

Buenos Aires, 2008. Dopo trentatré anni, trascorsi in Italia, Mariano Tano Guerra (Adriano Giannini), medico d’urgenza italiano, torna in Argentina per testimoniare al processo contro gli ex militari che lo sequestrarono,
torturarono e resero schiavo durante la dittatura militare. Insieme ad altri sopravvissuti è ospitato negli alloggi del Ministero della Giustizia, dove ritrova persone che hanno condiviso la prigionia e attende il giorno della sua deposizione.

Le giornate trascorse con gli altri testimoni, gli incontri e le testimonianze riportano alla luce in lui il ricordo di vicende che ha cercato di dimenticare per decenni. Tano è tra quelli che è rimasto a Garage Olimpo per più tempo. E da allora porta su di sé un peso impossibile da alleggerire.
Il Ritorno a Buenos Aires lo costringe a confrontarsi con i demoni del suo passato. E il fatto che sia arrivato il momento di confessare una tremenda verità che da allora lo tormenta. Smettendo di essere un cane fedele per i suoi carcerieri e facendo i conti con i fantasmi del suo passato.

Ritorno a Buenos Aires Venezia83

La finzione come mezzo per avvicinarsi la verità

Nelle note di regia che accompagnano il suo film, Marco Bechis dichiara:

Con Ritorno a Buenos Aires torno in Argentina cinquant’anni dopo. Ci torno con una storia
che non è la mia, ma che nasce da una ferita che conosco. Anch’io sono stato sequestrato durante la dittatura argentina, ma Mariano non sono io.

Ho scelto la finzione perché a volte è l’unico modo per avvicinarsi a una verità che la memoria, da sola, non riesce a raccontare.
Per molti anni ho pensato che il cinema mi avesse liberato da quella domanda. Ho capito che non era così. Da molti anni mi accompagna una domanda: che cosa significa sopravvivere? Non soltanto salvarsi, ma continuare a vivere quando altri non hanno potuto farlo.

Mariano torna a Buenos Aires per testimoniare in un processo. Io, attraverso di lui, ho cercato di raccontare quel momento in cui il passato torna a occupare il presente.


Ho cercato una regia essenziale, senza spiegare né giudicare. Mi interessavano i silenzi, i volti, il tempo dell’attesa, i luoghi che conservano le tracce di ciò che è accaduto. In fondo, questo film parla di una cosa sola: di quella colpa del sopravvissuto che insiste.

Anche Marco Bechis, come il suo Mariano, nel 1977, a vent’anni, viene sequestrato e detenuto per quattro mesi nel centro clandestino Club Atlético durante la dittatura argentina. Quell’esperienza segnerà tutto il suo percorso artistico, siamo come scrittore che come regista.

E torna – anche in Argentina – con questo suo nuovo film, Ritorno a Buenos Aires, ultimo del concorso ad essere presentato oggi al Lido. Nonostante lui stesso abbia chiarito che la storia di Mariano non sia pienamente autobiografica, tutto l’impianto del film risente dell’esperienza diretta del regista, della sua voglia di raccontare il senso di colpa di chi è sopravvissuto a quei drammatici episodi.

In tal senso, commuove ancora di più pensare che sia il soggetto che la sceneggiatura siano stati scritti a quattro mani con sua figlia, Vijaya Bechis Boll. E che per lei – che dopo il diploma al Centro Sperimentale di Cinematografia e un breve passato da attrice ha deciso di passare dietro la macchina da presa come sceneggiatrice – ritaglia un ruolo speciale tra gli intepreti di Ritorno a Buenos Aires. Quello di Sofia, la figlia di Mariano.

Ritorno a Buenos Aires Venezia83

Questo livello di sinergia emotiva del regista con il proprio protagonista esplode in una scena in particolare. Quando Mariano, isolato nella stanza che gli è stata data dalla Procura argentina in attesa del processo, è in videochiamata con sua figlia. Che lo implora di raccontare tutti i dettagli di ciò che ha vissuto durante i due anni di prigionia durante la sua testimonianza. Di chiarire la sua posizione, di fare i conti definitivamente con questo suo passato. Di farlo per lei.

In una domanda che Mariano/Adriano Giannini si pone ruota tutta la dinamica di Ritorno a Buenos Aires: sono tecnicamente libero, ma sono libero davvero? Marco Bechis pone l’accento sull’impossibilità dei sopravvissuti di dimenticare quel momento in cui sono entrati nel luogo di prigionia. E hanno smesso di vivere, per iniziare a cercare di sopravvivere. L’essere diventati testimoni del processo contro i propri carnefici, testimoni della storia, non permette loro di concedersi l’assoluzione. La colpa verso chi si è stati costretti a tradire resta marchiata nell’animo. La responsabilità di aver continuato ad esistere a differenza di quei corpi lanciati in mare senza pietà diventa un’onta che persiste per tutta la vita.

Ritorno a Buenos Aires Venezia83

Marco Bechis costruisce un film che sa essere spietatamente onesto, che condanna i carnefici della dittatura, ma non concede l’assoluzione nemmeno ai superstiti di quegli eccidi. Li pone come inesorabili vittime, certo. Come uomini e donne che sono stati costretti spesso a commettere a loro volta atti impietosi pur di salvarsi. Ma lascia lo spettatore, fino all’ultima scena compresa, la certezza che chi è sopravvissuto non saprà mai perdonarsi veramente. E forse è solo così che riesce a perdonare se stesso.

Il film sarà nelle sale, con alcune proiezioni alla presenza del regista e del cast, dal 17 settembre, distribuito da Fandango

Previous Article

Peau d'homme - Travestirsi per capirsi | Venezia 83

Write a Comment

Leave a Comment

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *