Un bon petit soldat – Servitori dell’immagine aziendale | Venezia83

“Proteggere gli altri è un impegno” è uno degli slogan della compagnia assicurativa Amali, che sta attraversando un momento di leggera crisi identitaria: sono difatti nel mezzo della realizzazione di uno spot che dovrebbe avere l’intento ultimo di invogliare i giovani laureati ad entrare in azienda. Lo spot che tutti descrivono come commovente e “una perfetta interpretazione dei valori aziendali” è però, secondo l’amministratore delegato Arnaud Boronat (Vincent Lindon), fondamentalmente sbagliato. “Se si mostrano così tante persone tetraplegiche o senza gambe e braccia, chi vorrà venire a lavorare con noi?” Quando lui fa emergere questo punto di vista, tutto il gruppo di lavoro sembra improvvisamente d’accordo con la sua prospettiva, anche se nessuno sembrava avere il coraggio o l’intento di dirlo, specialmente Carla Moretti (Alba Rohrwacher), appena assunta come responsabile del reparto risorse umane.

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Carla ha lottato per ottenere un posto al tavolo, per farsi ascoltare, sacrificando la sua esistenza al di fuori dell’ufficio e specialmente il suo ruolo di madre. Sente il figlio solo digitalmente e quando vi interagisce, sente il bisogno di spingerlo alla perfezione, anche per non farla sfigurare. Deve essere performante sia nel suo io lavorativo che in quello che rimane del suo io personale, come se dovesse fare un report anche sul suo rendimento. Vittima di una sindrome dell’impostore che la spinge a credere di non meritare il suo successo, Carla indossa una maschera nell’ambito lavorativo, privandosi delle sue opinioni e piegandosi a un gergo aziendale buonista che mescola ogni controversia con infiocchettati giri di parole, ma quando sei l’anello di congiunzione tra impiegato e azienda devi imparare ad esporti senza nasconderti dietro giocose attività di teambuilding.

Un bon petit soldat, presentato in concorso all’83° Mostra internazionale d’arte cinematografica di Venezia, segna un ritorno del regista e sceneggiatore francese Stéphane Brizé all’analisi del mondo del lavoro dopo la parentesi romantica e malinconica de Le Occasioni dell’amore (dove ha conosciuto dopotutto Alba Rohrwacher). È un Brizé sorprendentemente diverso, meno austero e più autoironico, soprattutto rispetto ai toni a cui ci ha abituati in passato con Un altro mondo, In guerra o Le leggi del mercato. La rabbia è qui sostituita dalla voglia di denunciare la grottesca farsa che vuole mascherare i reali intenti delle aziende, che usano una comunicazione attenta e inclusiva solo per manipolare la percezione altrui.

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Profondamente cinico, il film di Brizé, partendo da una responsabile della “ricchezza umana” come viene definita da un collega, prova a inglobare fiumi di tematiche che straripano presto l’uno nell’altro; dal politically correct corporate alla pressione insostenibile negli ambienti lavorativi, passando per la sindrome dell’impostore e un po’ di misoginia (perché con un personaggio femminile non manca mai). Un bon petit soldat punta il dito con fierezza verso quello stesso sistema che ci rende così, servitori del capitalismo, soldati del denaro e dell’immagine aziendale e non più umani con sentimenti.

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