La rivoluzione passa dalle persone e spesso anche dalle loro cineprese. Che usino lo strumento del documentario o scelgano la via della finzione per parlare di temi e momenti storici di cui di finto purtroppo non c’è niente, il cortometraggio è uno strumento utile per portare avanti quelle battaglie anche per la sua natura fortemente indipendente. Dove non ci sono major a controllare ogni sillaba (e sul discorso della censura torneremo tra poco), arriva un cinema che si permette di essere politico, di mostrare il mondo così com’è e come potrebbe diventare se cambiamo o non cambiamo corsa. Questi sono alcuni nostri consigli di visione dal programma della seconda edizione di Bref International Short Film:

L’arte della bandiera bianca di Riccardo Pittaluga (Italia, 2025, 5’) – SUPERBREF
La neutralità in politica non dovrebbe esistere, ma quando c’è da prendere una posizione, dando ai cittadini un segnale chiaro su un tema attorno al quale non ci dovrebbero essere dubbi come il genocidio attualmente in atto in Palestina, molti preferiscono rimanere fermi su una linea di confine con l’intento di non far arrabbiare nessuna delle parti coinvolte. Quando in un piccolo comune si inizia a discutere della possibilità di esporre uno striscione per chiedere la pace a Gaza, l’iniziaitiva nobile inizia a essere messa in discussione in ogni sua sfumatura, ogni idea messa sul piatto è vista e rivista, aggiustata, curata e limata per essere il meno discutibile possibile. Ben presto però si inizia a perdere di vista la missione iniziale e quello che rimane è il fallimento di una politica che è incapace di portare a termine il compito che il suo stesso nome le assegna. In un corto realmente corto (dura appena cinque minuti), Pittaluga racchiude con cinica maestria le incoerenze del presente, mostrando come la maggior parte delle volte non si tratti di impotenza, ma molto più semplicemente di codardia.

Tessitura di Lydia Cornett, Brit Fryer (USA, 2025, 18’) – CONCORSO INTERNAZIONALE
Alcune forme d’arte dall’esterno appaiono incastonate nel tempo, troppo affezionate alle loro tradizioni per accettare il cambiamento che le circondi, anche se la verità è un’altra: ci sono delle forze pronte a riscriverne le regole e bisogna solo lasciare loro la possibilità di farlo. Il mondo dell’opera spesso ragiona per categorie, le voci rientrano in contenitori precisi che corrispondono a ruoli quantopiù statici all’interno delle messe in scena. In questo contesto essere trans, come lə tre protagonistə del corto documentario Tessitura, rappresenta un’esistenza sopra e contro le regole dell’opera tradizionale e anche solo esistere e cantare con la propria voce è un atto rivoluzionario. Accompagnati da una cornice storica fornita dalla musicologa Naomi André, i due registi seguono Breanna Sinclairé, Lucas Bouk e Katherine Goforth, tra personaggi inediti creati per loro e corde vocali capaci di creare magie (una visita medica ci mostra da vicino come si muovono le corde vocali di Sinclairé mentre canta in una sequenza tanto folle quanto magica), sottolineando il coraggio necessario per prendere spazio in un contesto che non prevede spazio per te. Una storia che meriterebbe di fare un salto nel lungometraggio proprio per quanto ha ancora da dire.

The trials di Marta Massa (Belgio, Italia, Portogallo, Ungheria, 2025, 26’) – ATTIVISSIMƏ ME
Presentato nel corso della serata che il Festival ha deciso di dedicare all’attivismo giovanile proprio ai fini di dimostrare come questo esista nonostante tutti si ostinino a considerare le nuove generazioni distinteressate alla politica. The trials della regista sarda ora trapiantata in Ungheria Marta Massa è un work-in-progress perché racconta un processo ancora in corso che è ancora oggetto di riprese e discussione mediatica. Massa difatti ha deciso con la sua videocamera di farsi portavoce della storia dell’attivistə antifascista Maja T., che dopo essere statə accusatə di aver attaccato un gruppo di neonazisti senza che ci siano effettivamente prove capaci di inchiodarla, si trova a essere detenutə da due anni in isolamento, in una condizione che viola le Mandela Rules (le condizioni minime per i prigionieri come stabilite dalle Nazioni Unite) e la sua situazione, visto che entrambi le parti coinvolte nel processo hanno rifiutato la sentenza a otto anni, rischia solo di peggiorare. Ovviamente, vista la delicata vicenda giudiziaria, Maja appare di rado nel corto e quando lo fa è solitamente ripresə silenziosə nell’aula di tribunale mentre ascolta le dichiarazioni piene di contraddizioni di quelli che dovrebbero essere gli ospiti chiave. Ad essere presenti e forti sono le sue parole, raccolte da Massa attraverso la corrispondenza epistolare che la lega a Maja, dove l’attivistə esprime il dolore che sta vivendo. Budapest attorno a ləi, proprio a pochi passi dalla sua prigione, sta cambiando e le proteste per chiedere la sua liberazione diventano sempre più partecipate. Un cortometraggio che è un’operazione di umanizzazione, di rispetto di chi sta venendo silenziatə da anni e costrettə a vivere in condizioni subumane. L’umanità però è più forte anche di tutto questo.