L’albero – La poesia del dolore

Arriva in sala L’albero di Sara Petraglia e con Tecla Insolia, un film che guarda il dolore con romanticismo – la nostra recensione.

Bianca (Tecla Insolia) e Angelica (Carlotta Gamba) si sono trasferite da poco in un appartamento nel centro del Pigneto, un posto che come declama l’agente immobiliare “tutti vogliono vivere”: un centro nevralgico della vita loca dei giovani romani, dove non mancano mai le feste o i locali dove ballare fino all’alba. La vita delle due ventenni non è dettata da esigenze lavorative, che bissano facilmente grazie ai soldi inviati dai genitori, ma dal desiderio di godersi appieno la giovinezza, prima che questa tramonti e lasci nei loro cuori solo la certezza della morte, come scrive Leopardi ne Il tramonto della Luna, una poesia di cui Bianca e Carlotta sono innamorate..

Il rapporto tra le due, che cammina in bilico tra amicizia e amore, ha un terzo prepotente incomodo: la cocaina, che per loro è prima un passatempo e poi le fondamenta su sui cui si poggiano. Non credono sia una dipendenza, solo una momentanea esagerazione che occupa le loro giornate luminose.

La giovinezza rappresentata ne L’albero, il debutto alla regia della fotografa di scena Sara Petraglia, è una dalla natura duplice e ossimorica: è portatrice di necessaria libertà ma anche di profondo disagio. Bianca e Angelica non sanno quale sia il loro posto al mondo e non hanno il desiderio o l’urgenza di cercarlo, vivono immerse in una tristezza esistenziale e in un amore pervasivo. 

Il film, dal 20 marzo in sala con Fandango, è come l’ingombrante e maestoso albero che si intravede dalla finestra dell’appartamento di Bianca e Angelica e che gli dà il nome: inspiegabile e irraggiungibile, un oggetto che deve essere ammirato da lontano proprio per non perdere la sua criptica bellezza. L’albero è un’opera randagia, che insegue le sue protagoniste per le strade di Roma mentre cercano cocaina o vanno a ballare. 

Quando il film si sposta dalla quotidianità e indugia in conversazioni tra Bianca e altre amiche o una dottoressa a cui si rivolge verso la fine, cade spesso tuttavia in spiegazioni prolisse, che palesano attraverso l’inserimento di sequenze già viste dei simbolismi o dei parallelismi abbastanza ovvi al pubblico. 

Nel raccontare una situazione di indubbio disagio (le ragazze lamentano di non avere una lira per andare in vacanza e sniffano vernice quando non trovano la cocaina), L’albero sceglie un approccio estremamente estetizzante: può esserci il dolore, può esserci il disagio, ma devono essere piacevoli per lo sguardo cinematografico.

Tutto deve essere poesia, ogni sofferenza deve essere vista attraverso la lente dell’amore. È una scelta che allunga la distanza tra film e spettatore e soprattutto tra narrazione e realtà che questa vorrebbe raccontare. A colmare questo vuoto spetta a Tecla Insolia e Carlotta Gamba, che, complice una chimica naturale tra di loro, elevano anche i dialoghi più legnosi e rendono papabile l’affetto che lega le due giovani donne.

Pur nelle incertezze e nel linguaggio eccessivamente enfatico che talvolta impiega, L’albero racconta in modo onesto la crescita femminile, lontana dallo sguardo e dall’imposizione maschile che spesso minaccia queste storie. Per una volta le donne sullo schermo sono libere di agire, di essere se stesse, di vivere un’esistenza queer in tutte le sue accezioni e nessun giudizio esterno può precludere loro questa esperienza.

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