Frankenstein – Un cuore spezzato | Venezia82

Dall’età di 7 anni, il regista messicano Guillermo del Toro immaginava di fare Frankenstein. Ora il suo film arriva in concorso a Venezia82

A volte la voglia di raccontare una storia nasce subito. A volte, soprattutto se si è il premio Oscar Guillermo del Toro, quella voglia si accompagna al desiderio di farne un film. Il regista messicano ha iniziato a pensare al suo Frankenstein all’età di 7 anni. Da allora, sulla spinta dell’influenza che ha avuto su di lui la trasposizione di James Whale e l’impatto generato sui suoi incubi e la sua arte dalla Creatura di Boris Karloff (tanto da decidere di acquistare e tenere in casa sua una mastodontica riproduzione della sua testa), del Toro non ha mai negato la sua ossessione per il romanzo senza tempo di Mary Shelley.

Raccontando le sue intenzioni nel’approcciarsi alla realizzazione di Frankenstein, Guillermo del Toro ha dichiarato:

Questo film conclude una ricerca iniziata a sette anni, quando vidi per la prima volta i film di Frankenstein di James Whale. Guardando gli occhi di Boris Karloff, sentii un fremito di riconoscimento in quell’istante decisivo: l’horror gotico divenne la mia chiesa e lui il mio messia.

Il capolavoro di Mary Shelley è denso di domande che ardono vivide nella mia anima: domande esistenziali, sensibili, feroci, fatali, che bruciano solo in una mente giovane e a cui solo gli adulti e le istituzioni credono di poter rispondere. Per me, invece, solo i mostri custodiscono i segreti che bramo.

Dunque, che i mostri popolino i vostri sogni e vi portino il conforto che hanno portato a me, perché tutti noi siamo creature smarrite e ritrovate.

Guillermo del Toro confessa di considerare la Creatura il suo santo patrono. E il suo Frankenstein, non solo un traguardo personale, ma anche la summa di tutto lo studio e il lavoro cinematografico da lui realizzato finora.

Frankenstein del Toro Venezia82
Una Creatura per amica

E bene ha fatto Alberto Barbera a scegliere di abbinare, alla presentazione di Frankestein in concorso a Venezia82, il documentario di Yves Montmayeur, Sangre del Toro. Perché permette al pubblico di conoscere non solo la cinematografia del Maestro dell’horror messicano. Ma anche di comprenderne al meglio quella cultura a tratti nerd – amante del gotico e profondamente influenzato dal compromesso tra fede e desideri – che ha caratterizzato intere generazioni di cineasti in generale. E del Toro in modo intimo e viscerale.

Se il rimando a quel Cronos con cui il mondo nel 1993 ha iniziato a conoscere del Toro risulta evidente in questo nuovo lavoro, è forse in La spina nel diavolo (2001) e Il labirinto del fauno che troviamo i fratelli maggiori cinematografici del Frankenstein di del Toro. In quella spasmodica ricerca del regista messicano di comprendere le origini della violenza umana, della capacità tra simili di cercare la distruzione – fisica ed emotiva – dell’altro.

Esattamente come per i due precedenti casi citati, con Frankenstein Guillermo del Toro cerca di capire ed accettare la propria umanità. Lui stesso ci dice:

Fin da bambino, dal mio primo film in Super 8 fino a oggi, ho sognato di fare due film, Pinocchio e Frankenstein“, racconta del Toro. “Pensavo che raccontassero la stessa storia: cosa significa essere umani, cosa significa vivere una vita segnata da due forze come l’eternità e la morte. Volevo rendere Frankenstein il più personale possibile

Cercando Mary Shelley dalle origini della sua visione

L’omaggio all’autrice di Frankenstein è evidente per tutta la durata del film. Regalando al pubblico forse la trasposizione cinematografica più vicina e sintonica con le emozioni che portarono la scrittrice a scrivere il suo Frankenstein. Il moderno Prometeo.

Guillermo del Toro gioca con la sua conoscenza e adorazione per Shelley. Basti pensare al lavoro di dizione fatto su Jacob Elordi, chiamato a impersonare la Creatura. E al fatto che l’autore australiano si trovi a parlare con un marcato accento dello Yorkshire, regione in cui Mary Shelley era cresciuta e a cui il suo immaginario era profondamente legato.

Frankenstein del Toro Venezia82

O la scelta di restituire in scena quei rimandi gotici che così contraddistinguevano gli scritti dell’autrice inglese. Se il lavoro della Shelley nasce dal desiderio di sublimare, raccontare ed esorcizzare i propri incubi attraverso le sue parole, del Toro trasferisce gli stessi sentimenti nel suo modo di muovere la cinepresa.

E nel Frankenstein di del Toro troviamo la stessa potente voglia di raccontare la vita attraverso alla morte. Come e quanto i due momenti fondamentali della vita di ogni anno siano intrinsecamente connessi allo spasmodico e atavico desiderio di far prevalere l’una sull’altra. Esattamente come fatto da Mary, anche Guillermo lascia che lo spettatore resti sconvolto dalla sua convinzione che nella morte risieda più verità che nella vita.

Un cuore spezzato. Ma con l’arte in mano.

Come a guidare Mary Shelley nella scrittura del suo capolavoro erano stati la perdita, il dolore e la capacità di accettare entrambi, il Frankenstein di Guillermo del Toro corre il rischio di risultare pomposamente lirico e rigidamente onirico nel dichiarare la necessità di accogliere sia la perdita che il dolore. Non spinti da un senso di volere divino, seppure – come per tutta la sua cinematografia – i rimandi al dogma cattolico con cui è cresciuto continuano a pervadere anche ora che ha ormai da tempo abbandonato la fede. Ma come uniche emozioni e valori possibili per affrontare la vita stessa.

Ancora non è chiara la strategia che Netflix attuerà per la distribuzione in sala del Frankenstein di Guillermo del Toro, la cui uscita theatrical è prevista dal 17 ottobre. Sappiamo per certo che il film è stato concepito sì da una geniale mente del suo tempo come quella del regista messicano. Ma anche che i rimandi alla letteratura e alla cinematografia classica nonché a quella cultura gothic-horror-fantasy che ha così tanto impregnato le generazioni a cavallo tra gli anni Ottanta e Novanta – rendono questo suo ultimo film scarsamente attrattivo per un pubblico giovane o under 40. E non basta la scelta di attori ormai iconici per questo target di pubblico come Oscar Isaac (Victor) o Mia Goth per avvicinarlo ad una visione complessa come questa. Di certo, sarà nelle mani (e televisioni) di tutti a brevissimo, visto che la sua uscita in piattaforma è prevista per il 7 novembre.

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