Agon – Dove inizia lo sport e finisce la violenza | Venezia82

Lo sport è la risposta più immediata ai bisogni più primordiali dell’uomo. È il corpo che si fa strumento, tramite per diventare qualcosa che va oltre la forma umana. Si fa arma, macchina di precisione, una forza calibrata o feroce a seconda delle esigenze. Continuare a perfezionare il proprio corpo per renderlo imbattibile significa spingerlo agli estremi, seguendo come unica legge quella della competitività. Si crea così uno spazio grigio, dove lo sport cade nella brutale violenza, Alcuni spot in fondo non sono che delle forme addomesticate e contenute degli istinti più animaleschi, diventando uno spazio sicuro e privo di giudizi esterni per sfogarli.

È questo il punto di partenza di Agon, il film di Giulio Bertelli presentato alla Settimana Internazionale della Critica, che sceglie di raccontare un’olimpiade fittizia, quella di Ludoj del 2024, attraverso gli occhi e le mani di tre atlete, schiave di tre discipline che non plasmano solo il loro corpo ma anche la loro mente. 

Giovanna Falconetti (Yle Vianello), con un nome che è un diretto omaggio a Giovanna D’Arco e tutto l’universo immaginifico che la circonda, si muove leggera con la pedana con la sua spada, studiando con precisione le traiettorie dei suoi movimento. Alex Sokolov (Sofjia Zobina) osserva indifferente la sorpresa del pubblico nel vedere introdotto il tiro con la carabina alle olimpiadi, definendo il tiro con la carabina quanto di più distante esista dalla violenza, nonostante gli strumenti siano gli stessi. Alice Bellandi è forse l’inclusione più estraniante nel mondo di Agon: vera atleta (nonché medaglia d’oro di Judo alle vere olimpiadi) chiamata a interpretare se stessa, in un rapporto complesso con un corpo traditore.

Nella biografia di Giulio Bertelli sul sito della SIC, si legge che di recente ha fondato un’azienda di cibo liofilizzato. Sembra un’informazione inserita per caso, una nota di colore per mostrare la sua versatilità e il suo pensiero laterale, ma guardando Agon è difficile non chiedersi se anche il suo cinema non sia a modo suo liofilizzato. Le olimpiadi sono svuotate della loro materia rimanendo teatri di posa dove il pubblico è invisibile e silenzioso, un testimone fantasma di un acerrimo agonismo. L’attenzione è sui corpi, esplorati in ogni dettaglio e gesto, dalla gara alla più profonda intimità, e sul loro legame con la violenza. Una violenza che non è andata mai via del tutto, che si insidia anche nell’atleta più ineccepibile. 

Il conflitto è tra il codice dell’atleta e i suoi desideri, tra il rispetto delle regole e il bisogno di vincere a tutti i costi. La figura dell’atleta però è in cambiamento, è ora anche un’icona digitale, data in pasto ad algoritmi e a videogiochi dove chiunque può interpretarla o impossessarsene. Una produzione targata Mubi, Agon è immagine che riflette su se stessa, sul potere della rappresentazione e sulla sua conseguente influenza. Se talvolta la caratterizzazione delle sue tre protagoniste può risultare flebile, mossa più per concetti che per fatti, Bertelli compensa con quadri potenti, eleganti, audaci, che nella loro cripticità costringono lo spettatore a una continua interrogazione.

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