Il rapimento di Arabella – La libertà nella paranoia | Venezia82

La solitudine ai tempi delle teorie cospirazioniste nel nuovo film di Carolina Cavalli. In concorso a Orizzonti.

Nonostante il titolo affermi il contrario, Arabella (Lucrezia Guglielmino) non è stata davvero rapita. Sì, ora è lontana da casa e suo padre Oreste (Chris Pine), uno scrittore fallito che non paga le tasse e guarda con gelosia ai suoi colleghi, medita il suicidio, ma la sua bambina ha scelto di andare via e il fatto che abbia cercato attivamente un’aiutante e un’autista disposta ad aiutarla la rende una complice più che una vittima. Ovviamente Arabella nel suo indomito spirito di iniziativa non poteva aspettarsi che avrebbe incontrato una ragazza convinta di avere davanti agli occhi la propria sé bambina grazie a un varco tra le dimensioni.

Carolina Cavalli torna a Venezia a tre anni di distanza dalla première di Amanda nell’allora denominata Orizzonti Extra (ora Venezia Spotlight) con Il rapimento di Arabella, stavolta promosso al Concorso di Orizzonti. Se il fulcro del racconto rimangono le sfumature della solitudine giovanile, attraverso quest’opera seconda Cavalli si trova ad esplorarne più da vicino la profonda paranoia specialmente digitale, di stampo cospirazionista.

Il mondo per come lo percepisce Holly (Benedetta Porcaroli di nuovo protagonista), una scarprestrata ventotenne che lavora in una pista di pattinaggio, è bucato come un pezzo di formaggio Emmental e da quei buchi arrivano delle interferenze che disturbano la realtà. Non ci sono fondamenti di realtà in tali preoccupazioni, ma aiutano a credere che i problemi del mondo siano associabili a un’entità esterna, altra da noi.

Se in Amanda l’ominima protagonista rappresentava l’unico vero grande elemento discordante, Il Rapimento di Arabella è costellato da personaggi fatiscenti e disturbati, che creano una cacofonia talvolta stancante di colori, rumori e comportamenti. Niente è come lo spettatore si aspetta e tutto è spinto all’estremo, la stessa premessa – quella del “rapimento” di una bambina di otto anni – sembra il contrario di una possibilità di crescita. È un gesto crudele, uno dei peggiori incubi di un genitore e un incubo che un bambino non può capire fino in fondo. Carolina Cavalli riesce ad infondere anche questo di una forza favolistica, una leggerezza atipica e sconvolgente, un turbine di gioie e vacuità, di tristezza e rabbia. 

Nelle sale italiane dal 5 dicembre con Piper Film, Il rapimento di Arabella prende l’energia del precedente e la spinge all’estremo, perdendo per strada un pezzo del suo cuore. È un film che corre, corre senza fermarsi mai nel tentativo di inseguire gli ingranaggi del cervello di Holly, che prova a connettere i puntini della sua paranoia, inseguendo risposte che non esistono ai dilemmi di un’età che non possiede più chiavi di lettura per un mondo quasi smaterializzato.

Anche se in modo diverso da quello creatosi nella mente di Holly, lei e Arabella sono più che simili, due piante carnivore, che vorrebbero cibarsi del mondo che le circonda ma che la società controlla minuziosamente, chi per la giovanissima età e chi per un disagio che nessuno prende seriamente. Il loro incontro genera libertà e Il rapimento di Arabella ne celebra la sregolatezza, la sporcizia, l’imperfezione, il fatto che la vita si crepi e che da quelle fessure seppur momentanee e fallaci possa finalmente entrare la luce.

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