Il Presidente della Repubblica Mariano De Santis (Toni Servillo) è soprannominato da tutte le persone che lo circondano Cemento Armato. È un materiale solido, strutturale e difficilmente scalfibile, resistente alle intemperie a cui il mondo circostante prova a sottoporlo. La verità è che Mariano De Santis è cemento armato solo all’apparenza, è una corazza di impassibilità e attese che si è costruito per restare in pace con se stesso, per non dover affrontare gli interrogativi che albergano nel suo cervello dalla morte dell’amata moglie Aurora, di cui continua a sognare la camminata nel giorno in cui si sono conosciuti.
La Grazia, presentato in concorso all’apertura all’82° Mostra d’Arte Cinematografica di Venezia, segna il ritorno per Paolo Sorrentino ai temi delle prime pagine della sua carriera, per guardare di nuovo alla politica con un film che nonostante le evidenti somiglianze non desidera essere un biopic su Sergio Mattarella, ma il ritratto di un uomo e dei suoi dubbi sullo sfondo del tramonto di una politica in metamorfosi.

Mariano De Santis si trova nel semestre bianco, tra sei mesi lascerà il suo incarico, e potrà finalmente andare in pensione, adagiato tra i suoi libri di legge nella dimora in Piazza di Spagna. Il tempo corre ma lui appare fermo, pronto a indugiare su ogni scelta nella speranza che il dovere passi al suo successore. La figlia Dorotea (una potente Anna Ferzetti), giurista come il padre, lo ha reso un asceta pur di mantenerlo in vita, mentre lo affianca nelle decisioni. Davanti a De Santis difatti si son presentati tre fondamentali interrogativi: una proposta di legge che potrebbe permettere l’eutanasia fortemente ostacolata dall’”amico” Papa (Rufin Doh Zeyenouin) e due richieste di grazia legate a dei crimini quasi speculari. Da ultimi ostacoli prima del desiderato riposo questi diventano presto un’occasione di riflessione concreta sulle sue stesse prigioni mentali e sociali.
Rispetto al precedente Parthenope, Paolo Sorrentino sceglie una dimensione più austera per La Grazia, contenendo i suoi eccessi ad alcuni momenti contenuti ma non contaminanti che includono una passione sfrenata per un artista rap, un canto alpino e una tempesta. Sono momenti che spingono i confini dell’immagine pubblica di De Santis, cercando di evadere, di distruggere quel cemento armato che lo ha mangiato vivo.
L’amore, l’atto forse di più alta ribellione per un uomo di legge come lui, è proclamato con dediche in voiceover ma diegeticamente taciuto. Dorotea stessa, più apprezzata rispetto al fratello che ha preferito una carriera nella musica leggera rispetto alla legge, si sente più stimata che amata dal padre, che la riempie di responsabilità più che di affetto. Mariano De Santis stesso ha perso la passione, la cosiddetta joie de vivre, e ora a sostituirla c’è il dubbio, la possibilità di domandarsi anche sulle apparenti certezze.

La Grazia non offre riflessioni immediate sulla scena politica attuale e nemmeno prende una posizione determinante su dilemmi spinosi (in questo aspetto sabotato da un finale sospeso nell’aria), si muove per concetti, per analisi filosofiche ed etiche. Respira insieme al suo protagonista, prendendosi i tempi per rimuginare sugli eventi, provando ad evadere per poi tornare nella sua prigione di cemento armato. Scegliendo la misura, Sorrentino trova una forma più pura, leggera e malinconica al contempo, che parte dall’articolo 87 della Costituzione per superarlo, complicarlo e al contempo liberare l’uomo oltre il politico.